Applausi e voti

proximusApplausi. Il pubblico batte le mani. Se le spella a forza di battere. Le telecamere lo inquadrano: facce più o meno anonime che conquistano qualche frame di palinsesto; un palinsesto, quello televisivo, invaso dai talk-show. Quella è l’agorà (il termine greco per “piazza”, “luogo pubblico d’incontro” che dà nome – non a caso – a uno dei mille talk-show della tv nostrana).

Sono importanti, i talk-show. Benché in molti si sforzino di individuare nella “società della rete” il futuro (e forse hanno anche ragione), è la televisione, la vecchia tv (oggi digitale e con 50 pollici di LED), che gioca il ruolo del protagonista nell’agone politico. Conquistare lo spazio televisivo – occupandone militarmente ogni minuto secondo – è l’imperativo di ogni propagandista. Occorre sfruttare ogni attimo. Ogni inquadratura. Ogni battuta può essere quella decisiva.

Così dilaga Salvini Matteo, che a forza di battute e parolacce, di minacce al nemico di turno e di semplificazioni madornali, conquista la ribalta (se non addirittura la guida) della destra italiana. Il Presidente del Consiglio sfrutta ogni occasione per cesellare la sua personale weltanschauung. I pentastellati, che ormai mandano in avanscoperta i propri volti più noti, contribuiscono al processo di banalizzazione del discorso politico. Tanto che persino un “giovane vecchio”, come il presidente PD Matteo Orfini, fa fatica a rintuzzarne gli attacchi.

Una riflessione sull’applauso nel talk-show, inteso come riflesso pavloviano, è tratta dall’Indro, che stavolta gioca con le suggestioni di un celebre successo di Ridley Scott, “Il gladiatore”:

 

 

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Ma che giornalismo vogliamo? C’è dietro un pensiero?

Dov’è il futuro del giornalismo? A fine ottobre il New York Times ha pubblicato uno scambio di lettere fra Bill Keller già direttore e ora editorialista del giornale http://en.wikipedia.org/wiki/Bill_Keller e Glenn Greenwald http://en.wikipedia.org/wiki/Glenn_Greenwald giornalista e avvocato, l’uomo che insieme a Edward Snowden ha fatto conoscere al mondo la portata dello spionaggio elettronico della NSA. Ora la rivista Internazionale, nel suo ultimo numero, ha riproposto il carteggio in italiano. Ed è un materiale che merita di essere assolutamente letto (qui lo trovate in inglese http://www.nytimes.com/2013/10/28/opinion/a-conversation-in-lieu-of-a-column.html?_r=0 ) . Già la premessa non può essere sottovalutata. Oggi, scrive Keller, le discussioni sul futuro dell’informazione si concentrano quasi esclusivamente sul modello di business, su come ricavare soldi dalle notizie. E’ Keller Greenwaldverissimo. Questa dimensione affaristica sembra (di fatto) aver oscurato tutto il resto, la questione fondamentale dei contenuti, dell’approccio alla notizia che deve avere chi offre informazione. Banalizzando all’estremo, possiamo dire che il dibattito fra Keller e Greenwald in Italia è stato presentato come un confronto fra un’idea di giornalismo indipendente e quella di un attivismo giornalistico che mette insieme politica e informazione. Nella polemica si è affacciato pure a modo suo Gianni Riotta, e Wired ha ripreso e commentato (efficacemente) http://daily.wired.it/news/media/2013/10/22/greenwald-riotta-nsa-datagate-giornalismo-6789.html la faccenda. Rileggendo il carteggio su Internazionale però ci si accorge che lo spessore della discussione va ben oltre le banalizzazioni. Intanto sia Keller che Greenwald convergono sul fatto che il giornalismo non sia marketing ma un prodotto pensato, che dietro ci debba essere un pensiero, una capacità di rielaborare i fatti, di interpretarli. Insomma nessuno dei due rimuove la questione intellettuale o si illude che basti “riportare i fatti che si vedono” per svolgere una funzione professionalmente dignitosa. I due si scambiano pure gentilezze e complimenti. Il punto per Keller è che un giornalista che anticipa le sue opinioni al lettore non gli consente di formarsi un autonomo punto di vista, lo condiziona eccessivamente. Greenwald invece sostiene che nascondere la propria opinione è una finzione, un trucco, un inganno. Non si può semplicamente riportare che Tizio dice questo e Caio risponde quest’altro (come fanno i cronisti che microfono in mano inseguono le dichiarazioni dei nostri politici) e ridurre tutto a teatrino perché anche il teatrino (dove non esiste più verità) è una forma di faziosità, non ti fa capire come stanno le cose. Perché non chiamare la tortura, tortura, come invece hanno evitato di fare per “patriottismo” i media Usa? si chiede Greenwald che oggi insieme al patron di Ebay sta per dare vita a una nuova avventura giornalistica supportata da ben 250 milioni di dollari http://www.theguardian.com/technology/media-blog/2013/nov/04/digital-journalism-pierre-omidyar-ebay-glenn-greenwald .
Ma le banalizzazioni all’italiana hanno impedito che emergesse un altro punto. Il punto di contatto fra Keller e Greenwald sta nel fatto che entrambi pensano che il lavoro giornalistico non ha valore se non è basato su prove e su dati verificabili. E’ questo il vero punto per Greenwald, non l’approccio finto obiettivo. GreenwaldLa sua parola chiave per chi fa informazione è onestà, non obiettività. E infatti Keller coglie questo punto quando replica dicendo che il vero rischio è che un giornalista che dichiara pubblicamente il proprio punto di vista poi possa essere indotto a “manipolare” i fatti spinto dall’orgoglio e dalla voglia di sostenere le proprie ragioni.
In estrema sintesi una discussione di alto livello, dove si incrociano tutte le questioni della contemporaneità: business, tecnologie, abusi commessi dal potere,diritti dei cittadini, ruolo di chi sta in mezzo fra società e vertici, che svolge un ruolo di “lettore” dei fatti. Discussione che ha il merito di chiarire ai giornalisti che devono sempre “pensare a quello che fanno” e di indicare pure delle rotte da seguire. Noi in Italia (dove non ci sono soggetti generosi pronti a mettere 250 milioni in nuove imprese solo editoriali) corriamo il rischio dell’omologazione ( i talk show non sono forse tutti uguali?), della marmellata indistinguibile, spesso senza neppure esserne coscienti . Senza identità tutte le voci si perdono nell’indistinto. E poi ci si lamenta che il pubblico cerchi altrove le proprie fonti di informazione.

Citizen journalism: “oggettività” o propaganda?

I sindacati spagnoli hanno indetto fin dallo scorso Ottobre uno sciopero a oltranza degli spazzini di Madrid (da Publico.es:  “ugt convoca una huelga indefinida en el servicio de limpieza de madrid” ).

Il motivo è semplice: l’azienda Aselip (Asociación de Empresas de Limpieza Pública), consorzio nazionale che raggruppa le ditte aggiudicatarie di un appalto di servizio nel campo della nettezza urbana, ha deciso di licenziare 1600 dipendenti su 6000. Un taglio del 25% sul personale. Lo sciopero è ancora in corso, e le strade della capitale spagnola sono insozzate dai rifiuti non raccolti.  È chiaro che non mancano i disagi, testimoniati puntualmente dai cittadini che si trovano a fare lo slalom tra le immondizie: un’esperienza che molti italiani conoscono purtroppo molto da vicino.

Da giorni il quotidiano spagnolo El Mundo sta conducendo una campagna “di verità” sotto l’hashtag #HuelgaLimpiezaMadrid, invitando i cittadini a testimoniare i disagi derivanti dallo sciopero degli spazzini. Un’immensa galleria fotografica è così nata grazie al contributo dei lettori e dei navigatori web (il sito del giornale è il più frequentato indirizzo europeo in lingua spagnola).

L'invito di El Mundo a condividere "foto di denuncia" sullo stato delle strade

L’invito di El Mundo a condividere “foto di denuncia” sullo stato delle strade

Nella pagina si legge: “L’effetto dello sciopero dei lavoratori dei subappaltatori per il mantenimento della pulizia di strade e giardini di Madrid è già evidente nelle strade. Rifiuti in terra e sacchetti fuori dei contenitori. Come sta la tua strada? Se vuoi puoi inviarci una foto menzionando il nome della strada. Puoi farlo tramite Twitter con l’hashtag #HuelgaLimpiezaMadrid, o anche dalla barra inferiore. Pubblichiamo le immagini in questo album

È un’iniziativa che potrebbe essere scambiata per una “meritoria scelta civica”. Ma non lo è.
Cerchiamo di spiegare perché.

Il contesto
El Mundo – di proprietà del gruppo italiano RCS – è il secondo quotidiano spagnolo per tiratura, dietro a El Pais. La sua influenza è pertanto molto grande, soprattutto sul pubblico di orientamento conservatore, che ne costituisce il mercato di riferimento. È quindi facile cogliere nel disagio popolare e nel fastidio diffuso il pretesto per attaccare una scelta sindacale per certi versi “obbligata”, soprattutto considerando lo stato dell’economia spagnola e del suo mercato del lavoro interno (la disoccupazione sfiora il 26%). Il senso e forse l’obiettivo della campagna è tutto nel “¡Gracias!” che spicca nei tweet di El Mundo, collegati alla pagina: “Così ci vedono i turisti!”, si legge.

"Così i lettori di El Mundo trovano le strade"

“Così i lettori di El Mundo trovano le strade”

Una riflessione è d’obbligo
Partecipare con i propri prodotti multimediali al grande gioco dei media è un fenomeno tipico dei nostri tempi così spiccatamente “digital” e “social“. Ma persino uno scatto, un innocente scatto fotografico realizzato con lo smartphone che portiamo sempre in tasca può finire per essere utilizzato per promuovere un’idea, per prendere posizione, per costituire una “massa critica”. Anche in campo sindacale, anche in politica. Così fa El Mundo…

Chi legge le news su Twitter?

La "torta" americana di Twitter

La “torta” americana di Twitter

Otto su cento. Tanti sono gli adulti statunitensi che s’informano via Twitter: meno di 20 milioni, la metà di quanti vi accedono abitualmente. Per “news” s’intendono: “informazioni su eventi o su temi che non riguardano soltanto amici o familiari”. 

Colpisce, a prima vista, il confronto con Facebook, dal quale il 30% degli americani trae informazioni (Confronta: “Informarsi su Facebook?” del 30 Ottobre 2013).

Questo il risultato di un’indagine del Pew Research Center, in collaborazione con La “John S. and James L. Knight Foundation” pubblicato lo scorso 4 Novembre 2013.

Come si parla su Twitter
Le conversazioni che si innescano su Twitter rivelano tre caratteristiche comuni:
1) lo stretto legame con le breaking news;
2) il cambiamento sensibile delle opinioni, nel tempo;
3) la distanza tra le opinioni espresse e l’opinione pubblica.

L’uso di Twitter tra gli adulti americani
Il 16% (circa 40 milioni di persone) usa la piattaforma abitualmente; la metà ne trae “sempre” informazioni,
Caratteristica chiave dei consumatori di news su Twitter è l’accesso da strumento mobile (Smartphone, tablet): l’85% dichiara di consultarle così almeno qualche volta. Un dato che supera quello relativo a Facebook (il 64%) di 21 punti percentuali.

Tabella tratta da http://www.journalism.org

Tabella tratta da www.journalism.org


Chi sono gli utenti di news su Twitter, in America?

L’utenza di Twitter risulta diversa da quella di Facebook: più giovane, più mobile e maggiormente istruita.
Quasi la metà (45%, contro il 34% di FB) è compresa tra 18 e 29 anni, fascia che costituisce il 21% della popolazione totale.
Solo il 2% dei consumatori di news su Twitter ha più di 65 anni (FB: 18%; totale della popolazione: 18%).
Il 40% dei “Twitter news consumers” ha almeno un titolo universitario di primo livello, contro il 29% del totale della popolazione e il 30% dei consumatori di news su Facebook.

Insomma…
Twitter in borsa. Twitter “fa sfracelli”. Twitter l’investimento del presente e del futuro. Forse. (Vedi: “Un Boom di nome twitter. E e se poi è una bolla?”).
Ma a che cosa serve? E come viene utilizzato? Ricerche come questa – che indagano anche sugli aspetti più intrinsecamente sociologici del fenomeno – potrebbero aiutare tutti a capirlo meglio.

Un boom di nome Twitter. E se poi è una bolla?

“Un debutto in borsa straordinario per una società che non ha fatto profitti e il cui modello di business dipende dalla vendita di pubblicità su una scala molto superiore a quella che raggiunge attualmente”. E’ circostanziato il commento del Guardian. Si può non condividerlo? Una cosa è certa, i due cofondatori del social network, Ev Williams e Jack Dorsey, sono diventati nel giro di pochissimo multi miliardari. Complimenti a loro. Ma la valutazione delle azioni che si è Bollaregistrata oggi è realistica? Ne dubitano molti analisti che sentono puzza di bolla e invitano alla prudenza. Twitter afferma di avere 200 milioni di utenti nel mondo, 53 negli Stati Uniti dove realizza i migliori incassi pubblicitari. Che tanto formidabili non sono dal momento che nei primi 9 mesi di quest’anno la società ha registrato una perdita di 134 milioni di dollari. E allora? Allora contano le aspettative legate per lo più all’uso del mezzo in mobilità, campo che è fondamentale per la eventuale crescita dei ricavi. Certo gli obiettivi sono ambiziosi e tutti legati alla pubblicità. Ma quello che è successo oggi si lega soprattutto al meccanismo che governa le magaoperazioni di marketing finanziario. E che fa si che alcune operazione possano autoalimentarsi più o meno artificiosamente. Salvo poi sgonfiarsi e lasciare qualche “malcapitato” con nulla in mano. Come accade alle bolle.

Quelli che manipolano la democrazia

Scandaloso e illegale“. Così ora il presidente di Google Eric Schmidt definisce lo spionaggio della Nsa, condanna l’intrusione dei servizi segreti nei server della sua società. Ma Schmidt ha la coscienza a posto? La domanda è più che opportuna. E non solo perché Google (come gli altri giganti Hi Tech) ha collaborato al programma Enzdi controllo\spionaggio Prism. Ma perché c’è un tema più di fondo con cui occorre fare i conti. Le multinazionali del Web hanno adottato sistemi di monitoraggio dei comportamenti dei navigatori, di gestione dei loro dati personali, che sono l’altra faccia della medaglia del problema privacy. Vale la pena rileggere con attenzione cosa scrive in proposito lo scrittore e intellettuale tedesco Hans Magnus Enzesberger in un articolo pubblicato oggi su Repubblica

Nessuno dei motori di ricerca è indipendente e neutrale. Gli aggiornamenti sono regolarmente manipolati, i consigli strumentali e finalizzati agli acquisti. Per gestire miliardi di clienti serve la raccolta e l’elaborazione dei loro dati personali. A tal fine esistono oggi metodi matematici di gran lunga superiori a quelli utilizzati a suo tempo dai tecnici delle polizie segrete. La pubblicità è dunque entrata in una nuova dimensione politica. I gruppi americani che dominano Internet sono alleati allo “Stato occulto”; i loro rapporti coi servizi segreti si fondano su interessi comuni molto concreti: come l’intelligence, anche i gruppi industriali hanno bisogno di tutte le informazioni disponibili per esercitare il proprio controllo sulla popolazione

Enzesberger (http://www.treccani.it/enciclopedia/hans-magnus-enzensberger/) denuncia poi come in Europa il mondo politico sia stato totalmente incapace di affrontare questo problema, abbia fatto finta di nulla. Così, paradossalmente, l’opposizione allo “Stato occulto” è venuta da personaggi come Manning e Snowden che negli Usa si sono ribellati agli abusi cui assistevano. Siamo arrivati a un punto tale che è difficile capire chi stia effettivamente ai comandi del sistema di sorveglianza, i servizi segreti o i loro complici, i gruppi industriali di Internet. Le conseguenze per la democrazia sono pesantissime anche perché c’è pure un terzo incomodo che a noi Hans_Magnus_Enzensbergeritaliani dovrebbe inquietare parecchio

Questo partenariato costituisce un universo politico parallelo in cui la democrazia non gioca più alcun ruolo. In quest’alleanza c’è poi una terza componente: la criminalità organizzata. Anche qui non è facile capire con chi si ha a che fare. Certo, ogni “utilizzatore” sa benissimo che le organizzazioni del crimine internazionale sono sempre in azione sulla rete per impossessarsi di dati, disseminare spam, virus e cavalli di Troia, mettere a segno operazioni di fishing, traffico d’armi o riciclaggio di denaro sporco, approfittando di ogni occasione per attingere ai guadagni resi possibili dal flusso dei dati. Ma i confini tra attività civili e militari, tra spionaggio e cellule terroristiche sono indistinti, dato che tutti usano gli stessi metodi e reclutano i loro informatici, criptografi e hacker nel medesimo vivaio di talenti.

Enzesberger dietro vicende come quella di Snowden vede pure la possibilità che si aprano smagliature nella rete dei controlli, con forme di “resistenza civile destinate a riservare ai servizi segreti qualche spiacevole sorpresa” http://daily.wired.it/news/internet/2013/11/04/manifesto-snowden-95673.html . Ma il punto politico è un altro. E’ quello della democrazia, letteralmente “divorata” da queste intrusioni https://scenarinews.wordpress.com/2013/11/04/ perche-non-e-ancora-scoppiata-la-rivoluzione/ , dal potere convergente di marketing pubblicitario, controllo della comunicazione, dominio delle corporation, dilagare delle tecniche di spionaggio adottate dai servizi. Purtroppo in Italia di queste cose si parla pochissimo, si alzano le spalle, si reagisce con una strizzata d’occhio. Da noi si dibatte dell’amichetta di Dudù o di altre sciocchezze, ci si diverte per le risse nei talk show. E invece è da questi temi che si deve ripartire, dai conflitti di interessi di vecchia e nuova generazione. Che democrazia può essere quella dove comandano solo organismi che tutto sono tranne che democratici?