Marketing politico e terrorismo ideologico

francoIl ruolo degli “influencer” (altrimenti detti opinion makers, ma c’è qualche sfumatura diversa, al tempo della Rete) è cruciale nel nostro mondo mercificato.
Alle volte operazioni di marketing – anche subdole e violente – si nascondono dietro ai volti seri degli editorialisti.
All’indomani del voto spagnolo, con il trionfo dei viola di Pablo Iglesias, Massimo Franco, prestigiosa firma del Corriere della Sera, usa l’arma del terrorismo psicologico contro Podemos e Syriza.
Legittimo, ma forse un po’ scorretto…

 

Dalle pagine dell’Indro, come al solito, alcune riflessioni utili:

 

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Non c’è confronto

colau-carmenaFare confronti, per un organo analogico com’è il nostro cervello, è essenziale.

È dal confronto, dalla valutazione di analogie e differenze che scaturisce il pensiero critico, la capacità tutta umana di far discendere i pensieri dialettici dalle deduzioni avvertite sulla base dell’attività percettiva dei sensi.

In politica, poi, siamo sempre chiamati a scegliere. E a cercare di capire prima di farlo.
Per questa ragione è molto importante mettere a confronto quanto accade nel panorama politico europeo, soprattutto quando eventi e fenomeni sincronici ci danno l’opportunità di assistere contemporaneamente a fenomeni tanto diversi tra loro.

In Spagna sono state da poco celebrate le elezioni amministrative, segnate da un profondo cambiamento nei rapporti di forza tra i partiti. Il bipartitismo PPE-PSOE sembra tramontato; oscurato dal sorgere di movimenti populisti (ma assai programmatici e intimamente dialettici),  quali Podemos e Ciudadaños, capaci entrambi di un grande successo elettorale, su fronti opposti.

In Italia si avvicina l’appuntamento amministrativo del 31 Maggio, con 7 regioni e più di 700 comuni che rinnoveranno sindaci, presidenti, parlamenti e giunte. La campagna elettorale italiana è misera negli espedienti, modesta nelle proposte e volgare nei toni.

Tutto il contrario di quanto avvenuto in Spagna, dove ai toni alti e al registro retorico elevato si sono aggiunte la capacità delle basi popolari di individuare rappresentanti degni e l’emersione di una classe dirigente formatasi nel lavoro quotidiano delle strade, tra la cittadinanza, nel mezzo dei problemi cruciali delle classi sociali emarginate.

Se in Italia anche il voto amministrativo, locale, si gioca intorno alle logiche degli schieramenti nazionali portandosi dietro il “bug” della polemica sterile e dell’espediente da talk-show, nella penisola iberica si vola altissimo. Lo testimoniano due protagoniste: Ada Colau, l’attivista sociale che ha conquistato la poltrona di sindaco di Barcellona; e l’ex giudice Manuela Carmena, storica paladina degli emarginati e dei perseguitati spagnoli, che – se stringerà un accordo del PSOE – guiderà la capitale spagnola.

Non c’è confronto, purtroppo…

Dal sito de l’Indro un’utile riflessione:

 

Ambiguità della modernità

scuola2La riforma della scuola, uno dei perni propagandistici del governo Renzi, sta procedendo a tappe forzate verso la definitiva approvazione della Camera dei Deputati. L’esecutivo è costretto a una piccola marcia indietro, ingoiando lo stralcio dell’articolo 17, quello relativo al 5 per mille da destinare ai singoli istituti. Ma la ministra Giannini è talmente convinta della bontà di quell’idea da annunciarne la riproposizione in un prossimo (immaginiamo vicino) futuro.

Si possono avere idee e opinioni diverse sul progetto di riforma della scuola, è ovvio.
Però non deve sfuggire la logica dell’impianto generale della “buona scuola”, che non senza ragione è definito autoritario e verticistico. In fondo – se alcuni aspetti del disegno iniziale (quello clamorosamente bocciato anche dalla consultazione online voluta da governo) – è proprio perché il mondo dell’istruzione si è mobilitato, ha scioperato in massa, si è, insomma, ribellato.

Modernità
Ciò che oggi emerge con maggior forza ai margini del dibattito, è però la forma mentis di chi sta procedendo a far approvare la riforma. Si tratta certamente di una cultura politica molto lontana dalla tradizione della sinistra italiana, che ha sempre guardato con (talvolta colpevole) sospetto l’innovazione delle strutture e degli organismi pubblici. Il fatto è che quando si pronunciano parole come “modernità” e si utilizzano gli aggettivi da queste derivate, si rivela la superficialità dell’approccio ai problemi e la volontà di ridurre qualsiasi dibattito di merito a una volgare semplificazione fatta di slogan. Parole, alla luce dell’analisi, del tutto vuote. Ma questo l’onorevole Rosato, entusiasta della riforma, non lo sa.

Segnaliamo, a questo proposito, un servizio pubblicato dalla rivista online l’Indro: “La modernità della scuola”. Eccolo:

Che fine ha fatto la Grecia?

"Poliziotti attenti ai vostri figli" c'è scritto sul muro

“Poliziotti attenti ai vostri figli” c’è scritto sul muro

Non se ne parla quasi più: i greci sono finiti prima nell’angolo della punizione con in testa il cappello del “somaro”, poi dietro la lavagna in ginocchio sui ceci, infine nel girone dei dannati. E dimenticati. Ma la situazione greca rimane un problema non aggirabile solo grazie alla nostra falsa coscienza.

Giunge quindi a proposito un articolo su “The slog”, il frequentatissimo blog di John Ward, che ha polemicamente riacceso la luce sul tema.
Uscito il 17 Gennaio scorso, annuncia il fallimento di Atene subito dopo le elezioni europee. 
A meno che non le si prestino altri soldi, ovviamente.

L’articolo cita alcune fonti riservate dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale e analizza con molti tecnicismi lo stato delle finanze pubbliche e del debito ellenici. Una situazione ancora molto più che drammatica.

In particolare Ward denuncia le bugie che il premier greco, Samaras, avrebbe detto qualche tempo fa, per rassicurare i mercati e i suoi compatrioti: che la Grecia sta per uscire dalla crisi… che sta per tornare a essere un paese normale… che non serviranno altri prestiti internazionali (e conseguenti dismissioni di patrimonio pubblico, tagli al personale, agli stipendi, ai servizi, etc.).

Ward scrive che quelle del Primo Ministro greco Samaras sono tutte “balle”.
E si spinge addirittura a insinuare che le prossime elezioni europee siano state anticipate a Maggio (mentre in tutte le precedenti occasioni si era votato a Giugno), proprio perché a Maggio scadranno i termini della prima drammatica tranche di pagamento dei debiti greci, e saranno dolori.

Vero? Falso?

La prima notizia è vera: nel sito del Parlamento Europeo si legge chiaramente che la data delle elezioni è stata anticipata dal 5-8 Giugno, come previsto inizialmente, al 22-25 Maggio. La mozione per richiedere l’anticipo risale al 22 Novembre 2012 e ha avuto un consenso schiacciante nel marzo successivo: 601 sì, 31 no e 16 astenuti.

Il motivo ufficiale dell’Europa? Non uno, ma due.
Il primo è quello, tutto politico, di dare più tempo al parlamento neo-eletto per discutere sull’elezione del Presidente della Commissione Europea: il “governo” continentale, quello che oggi è guidato da Barroso, in scadenza nel mese di Luglio. Il secondo motivo è che il “Whit Monday”, il lunedì successivo alla Pentecoste, quest’anno cadrà proprio il 9 Giugno, chiudendo una week-end festivo in molti Paesi che saranno chiamati al voto. Voto anticipato e vacanze garantite, insomma.

Ora è evidente che se non non ci documenta è facile prendere fischi per fiaschi.
Ma almeno noi ora sappiamo che le elezioni per il nuovo parlamento europeo non sono state spostate per evitare la concomitanza con il supposto fallimento greco. O che, almeno, ci sono state alcune altre ragioni per decidere l’anticipo delle votazioni.

Ma è proprio questo il punto più importante: come sta l’economia greca?

Partiamo dalla disoccupazione.
Il bollettino ufficiale Eurostat, uscito il 31 Gennaio 2014 e aggiornato agli ultimi dati disponibili al 31 Dicembre scorso, è scarno ma chiarissimo. Vi si legge che: nell’area dell’Euro (17 Paesi), la disoccupazione è aumentata dello 0,1% nel corso del 2013 (dal 11,9% al 12,0%), mentre nell’Unione (a 28 Stati), è diminuita dello 0,1% (dal 10,8% al 10,7%).

Evviva, pari e patta? No.
Intanto i numeri assoluti fanno paura: nell’EU28 ci sono 26,2 milioni di disoccupati, 19 dei quali nell’area dell’euro. Nell’UE28 sono calati di 173000 unità, mentre sono saliti di 130000 nell’area euro.  Per capire, tornando alle nostre tristi cronache: Electrolux vuol chiudere in Italia (area euro) per andare in Polonia (UE28). Chiarissimo, no?

Ma la Grecia? Eccola: il bollettino Eurostat è pieno di informazioni.

La Grecia ha il record europeo di disoccupati, seguita dalla Spagna. Rispettivamente: 28,8% Atene, 25,8% Madrid. Confrontando il dato di Ottobre 2013 (il più recente) con quello del Dicembre 2012, in Grecia la disoccupazione è cresciuta, in dieci mesi, dell’1,7% (in Italia, per esempio, il dato è +1,2%, da 11,5% a 12,7% da Dicembre 2012 a Dicembre 2013: quasi 300mila posti di lavoro in meno). Infine i giovani (under 25): sembra che tra i ragazzi, in Grecia, non lavori più nessuno. Il tasso di disoccupazione è arrivato al 59,2%.

I consumi, l’inflazione
In Grecia, unico tra i paesi dell’Unione, non solo non c’è inflazione, ma la situazione è quella della tanto temuta “deflazione”. Insomma, per semplificare: i prezzi scendono perché non c’è mercato in quanto i greci hanno le tasche vuote. Lo ammette anche il FMI, per bocca di Mr.Murray, uno dei portavoce di Madame Lagarde  che però si affretta a dire che in Europa “è tutto sotto controllo, per il momento”.

L’OECD (OCSE, in italiano)
L’Organisation for Economic Co-operation and Development scrive, con estrema chiarezza, nella pagina dedicata alle previsioni economiche perla Grecia nel 2014 che: 
“La crescita si prevede che diventi positiva nel corso del 2014 (…) che cresca la competitività (…) che si espanda il commercio mondiale e aumentino gli investimenti. Tuttavia, il consolidamento fiscale richiesto e situazione critica del sistema bancario greco freneranno la domanda interna. Il tasso di disoccupazione rimarrà molto alto e l’inflazione sarà negativa”.
E non è finita: “Il consolidamento fiscale deve continuare come previsto, dati gli elevati livelli del debito (…) e non si può escludere la necessità di una ulteriore riduzione del debito per conseguire la sostenibilità fiscale (…) i bilanci delle banche hanno bisogno di essere ristrutturati (…) e saranno necessari ulteriori riforme, anche un sistema fiscale più efficiente ed equo, essenziale per la crescita e l’inclusione sociale”.

Conclusioni
Forse John Ward esagera.
Ma, con questi numeri, davvero non si capisce da dove venga l’ottimismo di Samaras.
Che poi somiglia tanto a quel “siamo quasi fuori dal tunnel” che è stato ammannito agli italiani dal governo Letta…

The english “bamboccions”

Interessante quanto scrive il Guardian (“Record levels of young adults living at home, says ONS”, 21 Gennaio 2014) sul cambiamento dei costumi sociali che la crisi sta causando nel Regno Unito. Se continua così, anche ai giovani di Sua Maestà verranno affibbiati epiteti come “bamboccioni” (Padoa Schioppa), “choosy” (Fornero) e “sfigati” (Martone)?

Non si può rispondere ancora, ma di certo i ragazzi inglesi non brillano più per indipendenza dalla famiglia, rivelano i dati statistici raccolti dall’ONS, l’Istat britannico.

"Bamboccions"

“Bamboccions”

Negli ultimi diciotto anni il numero di giovani adulti che sono rimasti tra le mura domestiche è aumentato del 25%. Si tratta di 3,3 milioni di giovani tra i 20 e i 34 anni: è la percentuale più alta dal 1996.

In particolare sembra significativo che, soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 24 anni, la quota di persone che rimangono in famiglia sia cresciuta in misura davvero considerevole negli anni più recenti: +42% dal 2008. Per chi non lo ricordasse: è l’anno dell’esplosione della crisi finanziaria globale e quello dell’avvio delle misure “selvagge” per tagliare i costi del welfare.

Osservando i dati statistici da vicino si scoprono alcune ovvietà peraltro molto significative.

Insomma: anche Oltremanica la crisi finanziaria ha sottratto risorse allo stato, inteso come la totalità dei cittadini.
Il Regno Unito – governato dal 2010 da una coalizione tra Conservatori e Liberali ma, fino ad allora, dal Labour di Blair e Brown – ha da molto tempo imboccato la strada dell’abbattimento del welfare state e della flessibilità più spinta del mercato del lavoro. Diminuiti i sussidi, aumentate le tasse, spremuta la classe lavoratrice, solo il sistema finanziario è più florido che mai.

E così i ragazzi di Sua Maestà sono diventati bamboccioni come i nostri…

L’effetto della Crisi? Solo gli “sprofondati” soffrono. Ci vorrebbe un Tam Tam

Ci vorrebbe un Tam Tam sulla Rete. In tv ( non solo nei talk) gli italiani vengono presentati come un indistinto sociale. Sul fatto che nel 2013 i profitti di borsa siano aumentati del 16%  approfondimenti televisivi non se ne sono visti e non se ne vedranno. Chi e quanti sono i beneficiati? La vulgata televisiva alterna i ministri che parlano di ripresa a politici di opposizione che dipingono tutto nero per tutti, dal miliardario al nullatenente. Ovviamente non è così. L’effetto della crisi è stato un altro. Ha allargato la forbice sociale. Sono aumentati i poveri, gli sprofondati ma contemporaneamente è pure cresciuto il portafoglio di chi sta più che bene. Il Tam Tam serve proprio a questo. A ricordare che se ci sono più di un milione di minori in povertà assoluta in Italia  ci poverta_assoluta_minorisono stati però pure 127 milionari in più nel 2012  . E lo stesso accade nel resto del mondo, a partire da Usa e Gran Bretagna. Questo non è un problema di Euro o di pressione fiscale. E’ il meccanismo che governa l’economia globale. Così leggiamo la notizia che gli uomini di Goldman Sachs si sono allegramente aumentati del 77% gli stipendi in Inghilterra   un paese dove si parla ormai per i poveri di malnutrizione e fame. In poche parole la vera questione è quella dell’ingiustizia, della disuguaglianza che mina alla base la nostra convivenza sociale e la stessa democrazia. Quale può essere la soluzione? Negli Usa c’è quella offerta da Mark Zuckerberg di Facebook che ha donato un miliardo di dollari agli indigenti della California Non li ha elargiti agli africani ma ai poveri di casa sua. Una scelta azzardata? Mappa povertàNon proprio se date un’occhiata alla mappa pubblicata oggi dal New York Times sulla povertà in America Ci vorrebbe qualcosa di così dettagliato pure da noi dove, sia detto per inciso, proprio non si vedono miliardari disposti a seguire la strada di Zuckerberg. In ogni caso la beneficenza può tamponare ma non dà risposte. E’ la capacità di porre il tema della giustizia sociale al centro del dibattito pubblico l’unica vera strada. Ma siamo indietro, maledettamente indietro. Stretti fra tecnocrati al potere e demagoghi televisivi che il vero nodo, la disuguaglianza, si guardano bene dal porlo.