Sincronia

neet-ocse_maggio-2015Mentre si avvicina la data del 31 Maggio, quando sette regioni e più di 700 comuni andranno al voto per scegliere la nuova amministrazione, l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in inglese: Organisation for Economic Co-operation and Development, quindi OECD) distribuisce come di consueto alcuni dati importanti.

Il focus sull’Italia mette in luce alcuni aspetti estremamente significativi – e molto critici – della nostra realtà. Tra tutti, spicca il dato sui cosiddetti “neet” (acronimo per: Not in Education, Employment, or Training, vale a dire “né a scuola, né al lavoro né in apprendistato o lavoretti domestici”), che in Italia sono giunti al 12% nella fascia tra 15 e 19 anni e addirittura al 30% tra i 20 e i 24 anni.

Una sofferenza collettiva, generazionale, tragicamente diffusa, che pone un’ipoteca terribile sul futuro del nostro paese, incapace di dar via a un assetto sociale e istituzionale decente, capace di contenere in sé i germi di un futuro migliore del presente.

Lo ammettiamo: corriamo il rischio del qualunquismo. Però è doveroso cogliere la sincronia che ci permette di riflettere su quanto sta accadendo. Troppi giovani sono disagiati, svogliati, senza prospettive. Non s’impegnano, non sono disponibili alla fatica che qualsiasi percorso formativo impone. Non sanno né vogliono progettare il proprio futuro, mettendo in questo ogni energia. Vero, sono troppi.

Ma che cosa hanno, intorno?
Una breve rassegna degli innumerevoli episodi offerti dalla campagna elettorale in corso è utile per comprendere come possa nascere, anche nel cuore dei più giovani e (immaginiamo) energici nostri concittadini, lo sconforto e la rassegnazione che porta a dire: “sono tutti uguali”. E che induca moltissimi, pertanto, a non scegliere nulla – né la scuola, né il lavoro (che manca), né qualsiasi altro impegno – e a lasciare che altri – più determinati, più interessati, più affamati, forse – decidano per loro.

Ancora una volta ci aiuta l’Indro, che offre una riflessione precisa su questo tema:

 

 

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Marketing politico e terrorismo ideologico

francoIl ruolo degli “influencer” (altrimenti detti opinion makers, ma c’è qualche sfumatura diversa, al tempo della Rete) è cruciale nel nostro mondo mercificato.
Alle volte operazioni di marketing – anche subdole e violente – si nascondono dietro ai volti seri degli editorialisti.
All’indomani del voto spagnolo, con il trionfo dei viola di Pablo Iglesias, Massimo Franco, prestigiosa firma del Corriere della Sera, usa l’arma del terrorismo psicologico contro Podemos e Syriza.
Legittimo, ma forse un po’ scorretto…

 

Dalle pagine dell’Indro, come al solito, alcune riflessioni utili:

 

Non c’è confronto

colau-carmenaFare confronti, per un organo analogico com’è il nostro cervello, è essenziale.

È dal confronto, dalla valutazione di analogie e differenze che scaturisce il pensiero critico, la capacità tutta umana di far discendere i pensieri dialettici dalle deduzioni avvertite sulla base dell’attività percettiva dei sensi.

In politica, poi, siamo sempre chiamati a scegliere. E a cercare di capire prima di farlo.
Per questa ragione è molto importante mettere a confronto quanto accade nel panorama politico europeo, soprattutto quando eventi e fenomeni sincronici ci danno l’opportunità di assistere contemporaneamente a fenomeni tanto diversi tra loro.

In Spagna sono state da poco celebrate le elezioni amministrative, segnate da un profondo cambiamento nei rapporti di forza tra i partiti. Il bipartitismo PPE-PSOE sembra tramontato; oscurato dal sorgere di movimenti populisti (ma assai programmatici e intimamente dialettici),  quali Podemos e Ciudadaños, capaci entrambi di un grande successo elettorale, su fronti opposti.

In Italia si avvicina l’appuntamento amministrativo del 31 Maggio, con 7 regioni e più di 700 comuni che rinnoveranno sindaci, presidenti, parlamenti e giunte. La campagna elettorale italiana è misera negli espedienti, modesta nelle proposte e volgare nei toni.

Tutto il contrario di quanto avvenuto in Spagna, dove ai toni alti e al registro retorico elevato si sono aggiunte la capacità delle basi popolari di individuare rappresentanti degni e l’emersione di una classe dirigente formatasi nel lavoro quotidiano delle strade, tra la cittadinanza, nel mezzo dei problemi cruciali delle classi sociali emarginate.

Se in Italia anche il voto amministrativo, locale, si gioca intorno alle logiche degli schieramenti nazionali portandosi dietro il “bug” della polemica sterile e dell’espediente da talk-show, nella penisola iberica si vola altissimo. Lo testimoniano due protagoniste: Ada Colau, l’attivista sociale che ha conquistato la poltrona di sindaco di Barcellona; e l’ex giudice Manuela Carmena, storica paladina degli emarginati e dei perseguitati spagnoli, che – se stringerà un accordo del PSOE – guiderà la capitale spagnola.

Non c’è confronto, purtroppo…

Dal sito de l’Indro un’utile riflessione:

 

22 anni buttati

Pensiamo per un attimo al tempo che è trascorso dal 1993.

In Italia era l’epoca di Mani Pulite, una rivoluzione di tempra giudiziaria che travolse gli assetti istituzionali della Repubblica; la prima. Poi venne la seconda repubblica, che durata da più di vent’anni. Nacque col timbro di Di Pietro (e Colombo e Davigo e Borrelli e Greco e tanti altri protagonisti) e crebbe sotto il segno di Silvio Berlusconi. Ora abbiamo il Partito della Nazione di Matteo Renzi, al quale le “opposizioni” fanno il solletico: c’è solo lui al comando, in maglia rosa. E del resto lui se ne frega, letteralmente.

Intanto, però, la storia corre.
Gli inglesi hanno rieletto David Cameron, aristocratico furbo ed euroscettico per convenienza.
Gli irlandesi, i cattolici irlandesi, hanno votato YES al referendum per la legittimazione dei matrimoni omosessuali.
Gli spagnoli, proprio ieri, hanno consegnato alla sinistra il governo dei territori. E Podemos, il movimento-partito nato nel laboratorio politico della contestazione degli ultimi quattro-cinque anni (l’iniziale movimento 15-M: 15 Maggio fu la data delle partecipatissime manifestazioni che sancirono la nascita pubblica di quella esperienza i molte città iberiche), ha conquistato non solo la ribalta ma anche i seggi per governare, seppur in coabitazione con il PSOE.

In Italia no. Il tempo non passa mai. Qualcosa vorrà pur dire, no?
Una spiegazione, ancora una volta, ce la dà l’Indro, con “Baruffe Italiane”: 22 anni buttati…?

Ambiguità della modernità

scuola2La riforma della scuola, uno dei perni propagandistici del governo Renzi, sta procedendo a tappe forzate verso la definitiva approvazione della Camera dei Deputati. L’esecutivo è costretto a una piccola marcia indietro, ingoiando lo stralcio dell’articolo 17, quello relativo al 5 per mille da destinare ai singoli istituti. Ma la ministra Giannini è talmente convinta della bontà di quell’idea da annunciarne la riproposizione in un prossimo (immaginiamo vicino) futuro.

Si possono avere idee e opinioni diverse sul progetto di riforma della scuola, è ovvio.
Però non deve sfuggire la logica dell’impianto generale della “buona scuola”, che non senza ragione è definito autoritario e verticistico. In fondo – se alcuni aspetti del disegno iniziale (quello clamorosamente bocciato anche dalla consultazione online voluta da governo) – è proprio perché il mondo dell’istruzione si è mobilitato, ha scioperato in massa, si è, insomma, ribellato.

Modernità
Ciò che oggi emerge con maggior forza ai margini del dibattito, è però la forma mentis di chi sta procedendo a far approvare la riforma. Si tratta certamente di una cultura politica molto lontana dalla tradizione della sinistra italiana, che ha sempre guardato con (talvolta colpevole) sospetto l’innovazione delle strutture e degli organismi pubblici. Il fatto è che quando si pronunciano parole come “modernità” e si utilizzano gli aggettivi da queste derivate, si rivela la superficialità dell’approccio ai problemi e la volontà di ridurre qualsiasi dibattito di merito a una volgare semplificazione fatta di slogan. Parole, alla luce dell’analisi, del tutto vuote. Ma questo l’onorevole Rosato, entusiasta della riforma, non lo sa.

Segnaliamo, a questo proposito, un servizio pubblicato dalla rivista online l’Indro: “La modernità della scuola”. Eccolo:

Rieducazione un po’ fascista

Uno dei protagonisti della stagione politica corrente, quella che guarda alle elezioni amministrative del 31 Maggio 2015, è senza dubbio Matteo Salvini, segretario della Lega Nord ed erede di un complesso patrimonio politico; quello – tra i tanti dèi dell’Olimpo padano – di Bossi, Calderoli, Roberto Maroni, governatore della Lombardia. Un patrimonio, va detto, che costituisce una parte cospicua dello sfrangiato e pulviscolare consenso del centrodestra italiano, ancora massiccio nell’opinione, ma ormai quasi orfano del nume berlusconiano.

L’iperattività del Matteo lombardo – presente quasi ovunque, ossessivamente – lo porta a occupare tutto lo spazio che gli viene concesso, che non è poco. Alla piazza ci pensa da solo, con tutti i corollari dei contestatori che lo dileggiano dandogli però, nel contempo, visibilità e forza mediatica. I conduttori dei talk-show, dal canto loro, se lo contendono. Questo accade perché la “narrazione” leghista targata Salvini, nella sua trivialità ed estrema semplificazione, sfonda il muro del video, è efficace, sembra parlare alla pancia della Ggente con una brutalità inconsueta. Non va mai per il sottile, seguendo una linea propagandistica tutta in discesa, fatta di rabbia e di desiderio, non teme di suscitare istinti di normalissima vendetta. Anzi: li solletica, più che consciamente.

Non è difficile, in fondo.
Salvini se la prende con i Rom? E chi non ce l’ha un po’ con gli “zingari”?
Vuole fermare i barconi dei disperati? Quanti vorrebbero girare la testa dall’altra parte, delegando un silenzioso e chirurgico massacro?
Rivendica “le case popolari agli italiani”? E quanti sono, in Italia, i poveri che stazionano in graduatoria, quasi senza speranza?

Certe volte, però, Salvini va oltre la linea intuitiva e acritica della propaganda più semplice e intuitivamente efficace.
Capita, per esempio, quando in una conferenza stampa dichiara che chi lo contesta in piazza, anche con metodi un po’ spicci e talvolta violenti, andrebbe “rieducato”. Sì: rieducato. Il segretario della Lega Nord usa con disinvoltura questa parola di stampo autoritario e di genealogia politica chiaramente fascista.

Ecco un video tratto dalla rivista online l’Indro che mette in luce la problematicità della proposta del leader della Lega Nord.