Le sorprese del socialismo cinese

Il “socialismo di mercato” cinese ha garantito una crescita economica incredibile negli ultimi due decenni; tale da stravolgere il tessuto umano e sociale di quel grande e antico paese fino a cambiare l’intero assetto geopolitico planetario. Tutto vero e stranoto.

“Però”, si dice, “saranno anche diventati ricchi e potenti, i cinesi, ma che prezzo stanno pagando!” Diritti civili zero, sfruttamento dilagante e spietato del lavoro, ambiente devastato: tutto vero.

"Molto pericolosa per la salute": è l'aria di Pechino

“Molto pericolosa per la salute”: è l’aria di Pechino

L’aria delle grandissime metropoli cinesi è per lo più irrespirabile, come misura quotidianamente la rete di stazioni di rilevamento disseminate in tutto il Paese, i cui puntuali report sono visibili in tempo reale, qui: http://aqicn.org.

Ma anche i trinariciuti musi gialli, dopo decenni di avvelenamento collettivo, alla fine l’hanno capito: non si può andare avanti in questo modo (se non altro perché costa troppo, come ricordava TIME il 25 Settembre scorso: “The Cost of Cleaning China’s Filthy Air? About $817 Billion”).

E qui è chiaro che l’aborrito centralismo decisionale del partito unico (illiberale e antidemocratico) qualche vantaggio ce l’ha. Ed anche evidente.

Prendiamo la legge varata proprio a Pechino nello scorso Novembre per affrontare direttamente il problema del traffico cittadino e del conseguente, gravissimo, inquinamento atmosferico.
Il governo della capitale ha deciso tre cose:

  • il taglio delle immatricolazioni di non meno del 37,5% a partire dal 2014;
  • il tetto massimo di 6 milioni di auto circolanti (oggi ci sono 5,4 milioni di veicoli in giro per le strade di Pechino);
  • il 40% degli autoveicoli nuovi dovrà essere alimentato con sistemi ibridi.

Non sembri una decisione da poco.
Oltre agli auspicati effetti atmosferici, infatti, uno “stop” così deciso all’espansione del mercato automobilistico rischia di stravolgere i piani economici dei colossi industriali che avevano puntato nella direzione opposta: produttori di automobili, certo; ma anche del capitale industriale che si dedica alle infrastrutture dedicate. Alcuni esempi? – “Auto, il mercato cresce in Cina. Ecco l’ultima spiaggia per le case europee”, titolava sarcastico il solito Fatto Quotidiano il 5 Novembre 2013;
“Global Car Sales Seen Rising to 85 Million in 2014”, dal Wall Street Journal del 16 Dicembre 2013.
Tutte le previsioni, insomma, davano e danno il mercato cinese dell’auto in crescita, anche i prospetti profumatamente pagati alle società di consulenza (Scotiabank).

Tutto sbagliato? Forse sì, in prospettiva.
In pratica: se l’intero sistema dei trasporti cinese dovesse prendere l’esempio dalle autorità di Pechino, potrebbe esserci un vero e proprio terremoto economico innescato da politiche ambientali… finalmente intelligenti.

Proviamo a immaginare che il numero di automobili per abitante non superi il limite previsto per Pechino in ogni altra città cinese. Probabile, visto che Pechino è la capitale del Paese e che le altre potrebbero essere “caldamente” invitate ad adeguarsi. Rispetto alle precedenti proiezioni del tasso di sviluppo del settore automobilistico – da qui al 2050 – si otterrebbe, sul piano ambientale, una riduzione equivalente di emissioni di CO2 pari a quelle totali della Spagna, la tredicesima più grande economia del mondo. Mica male.

Peccato per i costruttori di automobili, si dirà.
Ma non è questo il punto.

Il dato evidente è l’immediatezza degli effetti delle decisioni politiche: la Cina ha già deciso, con un colpo di mano dall’alto, di bloccare la costruzione di nuovi edifici pubblici. Ha chiuso fabbriche e centrali termoelettriche cittadine… La Cina corre, non solo nel PIL.

Non sappiamo in quale misura tutte queste suggestioni si avvereranno; però una cosa possiamo dirla, senza tema di smentite. Contrariamente alle deregolamentazioni emergenziali all’italiana (la deroga generale dopo il terremoto dell’Aquila docet, ma è solo un esempio tra i tantissimi possibili), la decisioni calate dall’alto, in Cina, generano effetti potenzialmente giganteschi.

Non è democratico.
Non se ne è discusso nei parlamenti.
Non premia la libertà individuale.
Non stimola i consumi.
Ma si fa. Ed è utile.

Lungi dall’apprezzarne il processo generativo, credo che queste decisioni draconiane dimostrino quanto l’inefficienza della politica – la corruzione, l’incompetenza, la mancanza di coraggio, la servitù rispetto al “pensiero unico” del capitalismo liberista – possano minacciare (anche in virtù dei “positivi” esempi cinesi) la struttura decisionale stessa della “democratica” dell’Europa. O no?

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