Sette cose da imparare a New York

Bill De Blasio, il nuovo sindaco di New York, ha giurato nelle mani di Bill Clinton.
Avevamo letto il suo programma elettorale, qualche tempo fa (“Le parole d’ordine di Bill De Blasio”), pieno di promesse che apparivano incredibili, nella metropoli governata per tre mandati dal miliardario Bloomberg. Eppure De Blasio ha insistito sugli stessi temi con ancor più forza, nel suo discorso d’insediamento (il testo integrale qui, sul New York Times).

“I grandi sogni non sono un lusso riservato a pochi privilegiati” ha detto De Blasio “la scintilla che accende la nostra risolutezza è la convinzione di fare tutto quanto è possibile affinché ogni ragazzo e ragazza – non importa che lingua parli né che linea di metropolitana usi ogni giorno – abbiano la possibilità di avere successo”.

Potremmo dissentire su questa fissazione del “successo” come fine ultimo della vita sociale, certamente. Ma – considerando l’immaginario di chi le ha pronunciate, rimangono belle parole, sicuramente, e condite da obiettivi concreti e immediati: “We won’t wait”“we’ll do it now”“our work begins now”, sono le chiose più frequenti del primo discorso del neo-sindaco. Si tratta di problemi così scottanti ed evidenti che non sarà difficile tener d’occhio i progressi della “nuova” New York progressista, se ce ne saranno davvero.

Ma cogliamo anche l’occasione per imparare qualcosa: i temi e i problemi sollevati con enfasi da De Blasio rivelano tratti di realtà (di realtà concreta: della vita di tutti i giorni), che molto raramente emergono dalle cronache in tutta la loro pesante e crudele materialità.

Malattia pagata per i lavoratori
“Estenderemo la Paid Sick Leave law“, ha annunciato il sindaco. È la legge che garantisce oggi soltanto ad alcune categorie di lavoratori di ricevere lo stipendio anche nei giorni di malattia, almeno per qualche giorno all’anno. “Nessuno deve perdere un giorno o una settimana di paga solo perché è ammalato, estenderemo ad altri 300mila cittadini di New York i benefici della legge”. Quando? “Quest’anno”, ha promesso De Blasio. E noi impariamo che la “malattia”, agli americani, non è pagata che di rado: uno.

La casa e gli ospedali
De Blasio si è impegnato a chiedere ai costruttori innanzi tutto di edificare meglio (evidentemente i palazzinari di New York non sono migliori dei nostri: due). E ha annunciato che si batterà perché non vengano chiusi gli ospedali e perché venga potenziato il sistema sanitario dei sobborghi: la città è di tutti, “non solo dell’1%”, ha ribadito. Mica male. A noi manca tantissimo una forza politica capace di elencare con altrettanta chiarezza le priorità: tre.

La polizia e l’ordine pubblico
Il sistema dello “stop-and-frisk” (ferma e perquisisci: una prassi abituale per le strade della Grande Mela), “che umilia la dignità e i diritti dei giovani neri, non funziona”. E non garantisce “ai nostri coraggiosi poliziotti” la collaborazione e la fiducia di cui hanno bisogno per combattere il crimine – dice il sindaco. Da noi ci si allarma quando un celerino si toglie il casco durante una manifestazione e non ci si stupisce quando le cariche delle forze dell’ordine rompono un po’ di teste. C’è sempre da imparare: quattro.

Le tasse
“Chiederemo ai molto ricchi di pagare un po’ più di tasse per poter offrire a tutti programmmi di assisenza prescolare e pomeridiana” ha annunciato De Blasio. “E quando dico «un po’» voglio dire proprio «un po’»”, spiega: chi guadagna tra 500mila e un milione di dollari pagherà 973 dollari in più all’anno. “L’equivalente di tre tazze di caffè al giorno da Starbucks”. Tre caffè in cambio del doposcuola per tutti, bello: da noi asili e doposcuola sono ormai una rarità. E cinque.

Contro il pensiero liberista
De Blasio ha regalato ai suoi elettori anche il sogno di combattere il liberismo trionfante. “So che molti pensano che per far crescere l’economia basti favorire le grandi imprese, sono quelli che definiscono il proprio come «rude individualismo». Ma Fiorello La Guardia – il più grande sindaco che New York abia mai avuto – disse di ammirare i «rudi individualisti», anche se nessuno di loro potrebbe sopravvivere dentro una società ridotta alla fame”.

Alla fame? New York?
De Blasio la vede così: “La nostra città ha affrontato e superato il collasso fiscale, il crimine epidemico, attacchi terroristici e disastri naturali. Ma oggi noi dobbiamo far fronte a una crisi silenziosa ma non meno temibile, chenon finisce spesso in prima pagina: una crisi di eguaglianza”. Dall’ufficio del sindaco si vede la crisi più nera: sesto insegnamento.

“Abbiamo bisogno di un approccio decisamente diverso da quanto fatto finora: occorre ricostruire da cima a fondo la nostra comunità, dai sobborghi al centro. E come sempre il mondo intero guarderà a come ci riusciremo. Una città che combatte l’ingiustizia e l’ineguaglianza – non perché ciò concorda con le nostre idee, ma perché ciò dà forza alla nostra gente”. Settimo: l’ideologia che si rivela l’arma giusta non perché astratta, ma proprio perché poggia su basi concrete.

Ghe pensi mi?
No. Bill De Blasio si appella ai cittadini di NewYork: “Dovete continuare a far sentire la vostra voce. Dovete essere al centro di questo dibattito. Il nostro lavoro comincia ora”.

Non so come sia sentito Mosè quando lesse la legge ai piedi del monte Sinai, ma di certo i comandamenti di Bill al suo pubblico affamato di futuro devono essere sembrati davvero come una mappa per la terra promessa… Beati loro!

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