Che fine ha fatto la Grecia?

"Poliziotti attenti ai vostri figli" c'è scritto sul muro

“Poliziotti attenti ai vostri figli” c’è scritto sul muro

Non se ne parla quasi più: i greci sono finiti prima nell’angolo della punizione con in testa il cappello del “somaro”, poi dietro la lavagna in ginocchio sui ceci, infine nel girone dei dannati. E dimenticati. Ma la situazione greca rimane un problema non aggirabile solo grazie alla nostra falsa coscienza.

Giunge quindi a proposito un articolo su “The slog”, il frequentatissimo blog di John Ward, che ha polemicamente riacceso la luce sul tema.
Uscito il 17 Gennaio scorso, annuncia il fallimento di Atene subito dopo le elezioni europee. 
A meno che non le si prestino altri soldi, ovviamente.

L’articolo cita alcune fonti riservate dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale e analizza con molti tecnicismi lo stato delle finanze pubbliche e del debito ellenici. Una situazione ancora molto più che drammatica.

In particolare Ward denuncia le bugie che il premier greco, Samaras, avrebbe detto qualche tempo fa, per rassicurare i mercati e i suoi compatrioti: che la Grecia sta per uscire dalla crisi… che sta per tornare a essere un paese normale… che non serviranno altri prestiti internazionali (e conseguenti dismissioni di patrimonio pubblico, tagli al personale, agli stipendi, ai servizi, etc.).

Ward scrive che quelle del Primo Ministro greco Samaras sono tutte “balle”.
E si spinge addirittura a insinuare che le prossime elezioni europee siano state anticipate a Maggio (mentre in tutte le precedenti occasioni si era votato a Giugno), proprio perché a Maggio scadranno i termini della prima drammatica tranche di pagamento dei debiti greci, e saranno dolori.

Vero? Falso?

La prima notizia è vera: nel sito del Parlamento Europeo si legge chiaramente che la data delle elezioni è stata anticipata dal 5-8 Giugno, come previsto inizialmente, al 22-25 Maggio. La mozione per richiedere l’anticipo risale al 22 Novembre 2012 e ha avuto un consenso schiacciante nel marzo successivo: 601 sì, 31 no e 16 astenuti.

Il motivo ufficiale dell’Europa? Non uno, ma due.
Il primo è quello, tutto politico, di dare più tempo al parlamento neo-eletto per discutere sull’elezione del Presidente della Commissione Europea: il “governo” continentale, quello che oggi è guidato da Barroso, in scadenza nel mese di Luglio. Il secondo motivo è che il “Whit Monday”, il lunedì successivo alla Pentecoste, quest’anno cadrà proprio il 9 Giugno, chiudendo una week-end festivo in molti Paesi che saranno chiamati al voto. Voto anticipato e vacanze garantite, insomma.

Ora è evidente che se non non ci documenta è facile prendere fischi per fiaschi.
Ma almeno noi ora sappiamo che le elezioni per il nuovo parlamento europeo non sono state spostate per evitare la concomitanza con il supposto fallimento greco. O che, almeno, ci sono state alcune altre ragioni per decidere l’anticipo delle votazioni.

Ma è proprio questo il punto più importante: come sta l’economia greca?

Partiamo dalla disoccupazione.
Il bollettino ufficiale Eurostat, uscito il 31 Gennaio 2014 e aggiornato agli ultimi dati disponibili al 31 Dicembre scorso, è scarno ma chiarissimo. Vi si legge che: nell’area dell’Euro (17 Paesi), la disoccupazione è aumentata dello 0,1% nel corso del 2013 (dal 11,9% al 12,0%), mentre nell’Unione (a 28 Stati), è diminuita dello 0,1% (dal 10,8% al 10,7%).

Evviva, pari e patta? No.
Intanto i numeri assoluti fanno paura: nell’EU28 ci sono 26,2 milioni di disoccupati, 19 dei quali nell’area dell’euro. Nell’UE28 sono calati di 173000 unità, mentre sono saliti di 130000 nell’area euro.  Per capire, tornando alle nostre tristi cronache: Electrolux vuol chiudere in Italia (area euro) per andare in Polonia (UE28). Chiarissimo, no?

Ma la Grecia? Eccola: il bollettino Eurostat è pieno di informazioni.

La Grecia ha il record europeo di disoccupati, seguita dalla Spagna. Rispettivamente: 28,8% Atene, 25,8% Madrid. Confrontando il dato di Ottobre 2013 (il più recente) con quello del Dicembre 2012, in Grecia la disoccupazione è cresciuta, in dieci mesi, dell’1,7% (in Italia, per esempio, il dato è +1,2%, da 11,5% a 12,7% da Dicembre 2012 a Dicembre 2013: quasi 300mila posti di lavoro in meno). Infine i giovani (under 25): sembra che tra i ragazzi, in Grecia, non lavori più nessuno. Il tasso di disoccupazione è arrivato al 59,2%.

I consumi, l’inflazione
In Grecia, unico tra i paesi dell’Unione, non solo non c’è inflazione, ma la situazione è quella della tanto temuta “deflazione”. Insomma, per semplificare: i prezzi scendono perché non c’è mercato in quanto i greci hanno le tasche vuote. Lo ammette anche il FMI, per bocca di Mr.Murray, uno dei portavoce di Madame Lagarde  che però si affretta a dire che in Europa “è tutto sotto controllo, per il momento”.

L’OECD (OCSE, in italiano)
L’Organisation for Economic Co-operation and Development scrive, con estrema chiarezza, nella pagina dedicata alle previsioni economiche perla Grecia nel 2014 che: 
“La crescita si prevede che diventi positiva nel corso del 2014 (…) che cresca la competitività (…) che si espanda il commercio mondiale e aumentino gli investimenti. Tuttavia, il consolidamento fiscale richiesto e situazione critica del sistema bancario greco freneranno la domanda interna. Il tasso di disoccupazione rimarrà molto alto e l’inflazione sarà negativa”.
E non è finita: “Il consolidamento fiscale deve continuare come previsto, dati gli elevati livelli del debito (…) e non si può escludere la necessità di una ulteriore riduzione del debito per conseguire la sostenibilità fiscale (…) i bilanci delle banche hanno bisogno di essere ristrutturati (…) e saranno necessari ulteriori riforme, anche un sistema fiscale più efficiente ed equo, essenziale per la crescita e l’inclusione sociale”.

Conclusioni
Forse John Ward esagera.
Ma, con questi numeri, davvero non si capisce da dove venga l’ottimismo di Samaras.
Che poi somiglia tanto a quel “siamo quasi fuori dal tunnel” che è stato ammannito agli italiani dal governo Letta…

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The english “bamboccions”

Interessante quanto scrive il Guardian (“Record levels of young adults living at home, says ONS”, 21 Gennaio 2014) sul cambiamento dei costumi sociali che la crisi sta causando nel Regno Unito. Se continua così, anche ai giovani di Sua Maestà verranno affibbiati epiteti come “bamboccioni” (Padoa Schioppa), “choosy” (Fornero) e “sfigati” (Martone)?

Non si può rispondere ancora, ma di certo i ragazzi inglesi non brillano più per indipendenza dalla famiglia, rivelano i dati statistici raccolti dall’ONS, l’Istat britannico.

"Bamboccions"

“Bamboccions”

Negli ultimi diciotto anni il numero di giovani adulti che sono rimasti tra le mura domestiche è aumentato del 25%. Si tratta di 3,3 milioni di giovani tra i 20 e i 34 anni: è la percentuale più alta dal 1996.

In particolare sembra significativo che, soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 24 anni, la quota di persone che rimangono in famiglia sia cresciuta in misura davvero considerevole negli anni più recenti: +42% dal 2008. Per chi non lo ricordasse: è l’anno dell’esplosione della crisi finanziaria globale e quello dell’avvio delle misure “selvagge” per tagliare i costi del welfare.

Osservando i dati statistici da vicino si scoprono alcune ovvietà peraltro molto significative.

Insomma: anche Oltremanica la crisi finanziaria ha sottratto risorse allo stato, inteso come la totalità dei cittadini.
Il Regno Unito – governato dal 2010 da una coalizione tra Conservatori e Liberali ma, fino ad allora, dal Labour di Blair e Brown – ha da molto tempo imboccato la strada dell’abbattimento del welfare state e della flessibilità più spinta del mercato del lavoro. Diminuiti i sussidi, aumentate le tasse, spremuta la classe lavoratrice, solo il sistema finanziario è più florido che mai.

E così i ragazzi di Sua Maestà sono diventati bamboccioni come i nostri…

Le sorprese del socialismo cinese

Il “socialismo di mercato” cinese ha garantito una crescita economica incredibile negli ultimi due decenni; tale da stravolgere il tessuto umano e sociale di quel grande e antico paese fino a cambiare l’intero assetto geopolitico planetario. Tutto vero e stranoto.

“Però”, si dice, “saranno anche diventati ricchi e potenti, i cinesi, ma che prezzo stanno pagando!” Diritti civili zero, sfruttamento dilagante e spietato del lavoro, ambiente devastato: tutto vero.

"Molto pericolosa per la salute": è l'aria di Pechino

“Molto pericolosa per la salute”: è l’aria di Pechino

L’aria delle grandissime metropoli cinesi è per lo più irrespirabile, come misura quotidianamente la rete di stazioni di rilevamento disseminate in tutto il Paese, i cui puntuali report sono visibili in tempo reale, qui: http://aqicn.org.

Ma anche i trinariciuti musi gialli, dopo decenni di avvelenamento collettivo, alla fine l’hanno capito: non si può andare avanti in questo modo (se non altro perché costa troppo, come ricordava TIME il 25 Settembre scorso: “The Cost of Cleaning China’s Filthy Air? About $817 Billion”).

E qui è chiaro che l’aborrito centralismo decisionale del partito unico (illiberale e antidemocratico) qualche vantaggio ce l’ha. Ed anche evidente.

Prendiamo la legge varata proprio a Pechino nello scorso Novembre per affrontare direttamente il problema del traffico cittadino e del conseguente, gravissimo, inquinamento atmosferico.
Il governo della capitale ha deciso tre cose:

  • il taglio delle immatricolazioni di non meno del 37,5% a partire dal 2014;
  • il tetto massimo di 6 milioni di auto circolanti (oggi ci sono 5,4 milioni di veicoli in giro per le strade di Pechino);
  • il 40% degli autoveicoli nuovi dovrà essere alimentato con sistemi ibridi.

Non sembri una decisione da poco.
Oltre agli auspicati effetti atmosferici, infatti, uno “stop” così deciso all’espansione del mercato automobilistico rischia di stravolgere i piani economici dei colossi industriali che avevano puntato nella direzione opposta: produttori di automobili, certo; ma anche del capitale industriale che si dedica alle infrastrutture dedicate. Alcuni esempi? – “Auto, il mercato cresce in Cina. Ecco l’ultima spiaggia per le case europee”, titolava sarcastico il solito Fatto Quotidiano il 5 Novembre 2013;
“Global Car Sales Seen Rising to 85 Million in 2014”, dal Wall Street Journal del 16 Dicembre 2013.
Tutte le previsioni, insomma, davano e danno il mercato cinese dell’auto in crescita, anche i prospetti profumatamente pagati alle società di consulenza (Scotiabank).

Tutto sbagliato? Forse sì, in prospettiva.
In pratica: se l’intero sistema dei trasporti cinese dovesse prendere l’esempio dalle autorità di Pechino, potrebbe esserci un vero e proprio terremoto economico innescato da politiche ambientali… finalmente intelligenti.

Proviamo a immaginare che il numero di automobili per abitante non superi il limite previsto per Pechino in ogni altra città cinese. Probabile, visto che Pechino è la capitale del Paese e che le altre potrebbero essere “caldamente” invitate ad adeguarsi. Rispetto alle precedenti proiezioni del tasso di sviluppo del settore automobilistico – da qui al 2050 – si otterrebbe, sul piano ambientale, una riduzione equivalente di emissioni di CO2 pari a quelle totali della Spagna, la tredicesima più grande economia del mondo. Mica male.

Peccato per i costruttori di automobili, si dirà.
Ma non è questo il punto.

Il dato evidente è l’immediatezza degli effetti delle decisioni politiche: la Cina ha già deciso, con un colpo di mano dall’alto, di bloccare la costruzione di nuovi edifici pubblici. Ha chiuso fabbriche e centrali termoelettriche cittadine… La Cina corre, non solo nel PIL.

Non sappiamo in quale misura tutte queste suggestioni si avvereranno; però una cosa possiamo dirla, senza tema di smentite. Contrariamente alle deregolamentazioni emergenziali all’italiana (la deroga generale dopo il terremoto dell’Aquila docet, ma è solo un esempio tra i tantissimi possibili), la decisioni calate dall’alto, in Cina, generano effetti potenzialmente giganteschi.

Non è democratico.
Non se ne è discusso nei parlamenti.
Non premia la libertà individuale.
Non stimola i consumi.
Ma si fa. Ed è utile.

Lungi dall’apprezzarne il processo generativo, credo che queste decisioni draconiane dimostrino quanto l’inefficienza della politica – la corruzione, l’incompetenza, la mancanza di coraggio, la servitù rispetto al “pensiero unico” del capitalismo liberista – possano minacciare (anche in virtù dei “positivi” esempi cinesi) la struttura decisionale stessa della “democratica” dell’Europa. O no?

L’effetto della Crisi? Solo gli “sprofondati” soffrono. Ci vorrebbe un Tam Tam

Ci vorrebbe un Tam Tam sulla Rete. In tv ( non solo nei talk) gli italiani vengono presentati come un indistinto sociale. Sul fatto che nel 2013 i profitti di borsa siano aumentati del 16%  approfondimenti televisivi non se ne sono visti e non se ne vedranno. Chi e quanti sono i beneficiati? La vulgata televisiva alterna i ministri che parlano di ripresa a politici di opposizione che dipingono tutto nero per tutti, dal miliardario al nullatenente. Ovviamente non è così. L’effetto della crisi è stato un altro. Ha allargato la forbice sociale. Sono aumentati i poveri, gli sprofondati ma contemporaneamente è pure cresciuto il portafoglio di chi sta più che bene. Il Tam Tam serve proprio a questo. A ricordare che se ci sono più di un milione di minori in povertà assoluta in Italia  ci poverta_assoluta_minorisono stati però pure 127 milionari in più nel 2012  . E lo stesso accade nel resto del mondo, a partire da Usa e Gran Bretagna. Questo non è un problema di Euro o di pressione fiscale. E’ il meccanismo che governa l’economia globale. Così leggiamo la notizia che gli uomini di Goldman Sachs si sono allegramente aumentati del 77% gli stipendi in Inghilterra   un paese dove si parla ormai per i poveri di malnutrizione e fame. In poche parole la vera questione è quella dell’ingiustizia, della disuguaglianza che mina alla base la nostra convivenza sociale e la stessa democrazia. Quale può essere la soluzione? Negli Usa c’è quella offerta da Mark Zuckerberg di Facebook che ha donato un miliardo di dollari agli indigenti della California Non li ha elargiti agli africani ma ai poveri di casa sua. Una scelta azzardata? Mappa povertàNon proprio se date un’occhiata alla mappa pubblicata oggi dal New York Times sulla povertà in America Ci vorrebbe qualcosa di così dettagliato pure da noi dove, sia detto per inciso, proprio non si vedono miliardari disposti a seguire la strada di Zuckerberg. In ogni caso la beneficenza può tamponare ma non dà risposte. E’ la capacità di porre il tema della giustizia sociale al centro del dibattito pubblico l’unica vera strada. Ma siamo indietro, maledettamente indietro. Stretti fra tecnocrati al potere e demagoghi televisivi che il vero nodo, la disuguaglianza, si guardano bene dal porlo.

La scuola inglese alla fame

Una recente indagine demoscopica svolta da YouGov – azienda specializzata in sondaggi online – sulle opinioni politiche degli insegnanti britannici dimostra che le politiche sull’istruzione volute e applicate dal governo Cameron piacciono molto poco o per niente a chi vive e lavora nel mondo della scuola.

Il voto politico degli insegnanti britannici

Il voto politico degli insegnanti britannici

Il dato più appariscente riguarda le opinioni di voto degli insegnanti.
L’85% – «se “domani” ci fossero le elezioni politiche generali», la domanda è stata posta così – si recherebbe alla urne. Tra questi, il 43% voterebbe per il Labour party e soltanto il 12% per i Conservatori, con il 6% ad ognuno dei “piccoli” partiti britannici (Liberali, Verdi e UKIP). Significativo, comunque, che un quarto degli elettori potenziali si dichiari indeciso.

Ma le opinioni di voto espresse non sono significative quanto le idee specifiche sul sistema scolastico che emergono dalle domande del questionario sottoposto agli 826 intervistati, lavoratori a vario titolo in tutti i settori della scuola di Sua Maestà, la Regina Elisabetta II.

Come fa notare il sito d’informazione della centrale sindacale britannica, il TUC, le riforme del governo Cameron agli insegnanti britannici non vanno proprio giù.

Il 79% degli insegnanti ritiene che l’impatto dell’azione riformatrice del governo sul sistema della scuola sia stato negativo (contro un misero 4% di soddisfatti). Il 63% afferma che più di un quinto del proprio tempo di lavoro non è dedicato ad attività che favoriscano l’apprendimento degli studenti. Il 70% dei coordinatori scolastici ritiene che, se va avanti così, non rimarrà a lungo nella scuola; proprio come più della metà del totale degli insegnanti (il 52%) pensa di fare, visti i cambiamenti del sistema retributivo e pensionistico introdotti dal governo ultraconservatore di Cameron.
Dato rafforzato dal 69% degli insegnanti e dall’85% dei coordinatori che dichiarano di non voler lavorare fino a 68 anni di età; con buona pace, pensando all’Italia, della nostra ex ministra “Choosy” Fornero.

La fame a scuola
Ma sono la crisi economica e l’austerity voluta dai conservatori e dai liberali – insieme al governo – a consegnarci il dato più singolare e stupefacente di tutta l’indagine. Quasi la metà del campione degli insegnanti (il 49%) indica in malnutrizione o fame (“Malnutrition or hunger”, in Inghilterra!) le cause degli effetti negativi registrati nella capacità di concentrazione degli allievi. Così come il poco spazio domestico (aspetto negativo per il 28% degli insegnanti) e la pochezza delle esperienze culturali (come le vacanze e i viaggi) che fanno i ragazzi (il 52%).

È il quadro di una porzione cospicua della società che non solo non somiglia più a una “classe media”, ma che sta addirittura precipitando verso condizioni simili a quelle del sottoproletariato britannico dell’Ottocento. E senza nemmeno un Dickens che le racconti…

Per saperne di più: http://d25d2506sfb94s.cloudfront.net/cumulus_uploads/document/r9niuhpjoa/YG-Archive-131202-NUT.pdf (i risultati dell’indagine di YouGov in formato PDF).

Sette cose da imparare a New York

Bill De Blasio, il nuovo sindaco di New York, ha giurato nelle mani di Bill Clinton.
Avevamo letto il suo programma elettorale, qualche tempo fa (“Le parole d’ordine di Bill De Blasio”), pieno di promesse che apparivano incredibili, nella metropoli governata per tre mandati dal miliardario Bloomberg. Eppure De Blasio ha insistito sugli stessi temi con ancor più forza, nel suo discorso d’insediamento (il testo integrale qui, sul New York Times).

“I grandi sogni non sono un lusso riservato a pochi privilegiati” ha detto De Blasio “la scintilla che accende la nostra risolutezza è la convinzione di fare tutto quanto è possibile affinché ogni ragazzo e ragazza – non importa che lingua parli né che linea di metropolitana usi ogni giorno – abbiano la possibilità di avere successo”.

Potremmo dissentire su questa fissazione del “successo” come fine ultimo della vita sociale, certamente. Ma – considerando l’immaginario di chi le ha pronunciate, rimangono belle parole, sicuramente, e condite da obiettivi concreti e immediati: “We won’t wait”“we’ll do it now”“our work begins now”, sono le chiose più frequenti del primo discorso del neo-sindaco. Si tratta di problemi così scottanti ed evidenti che non sarà difficile tener d’occhio i progressi della “nuova” New York progressista, se ce ne saranno davvero.

Ma cogliamo anche l’occasione per imparare qualcosa: i temi e i problemi sollevati con enfasi da De Blasio rivelano tratti di realtà (di realtà concreta: della vita di tutti i giorni), che molto raramente emergono dalle cronache in tutta la loro pesante e crudele materialità.

Malattia pagata per i lavoratori
“Estenderemo la Paid Sick Leave law“, ha annunciato il sindaco. È la legge che garantisce oggi soltanto ad alcune categorie di lavoratori di ricevere lo stipendio anche nei giorni di malattia, almeno per qualche giorno all’anno. “Nessuno deve perdere un giorno o una settimana di paga solo perché è ammalato, estenderemo ad altri 300mila cittadini di New York i benefici della legge”. Quando? “Quest’anno”, ha promesso De Blasio. E noi impariamo che la “malattia”, agli americani, non è pagata che di rado: uno.

La casa e gli ospedali
De Blasio si è impegnato a chiedere ai costruttori innanzi tutto di edificare meglio (evidentemente i palazzinari di New York non sono migliori dei nostri: due). E ha annunciato che si batterà perché non vengano chiusi gli ospedali e perché venga potenziato il sistema sanitario dei sobborghi: la città è di tutti, “non solo dell’1%”, ha ribadito. Mica male. A noi manca tantissimo una forza politica capace di elencare con altrettanta chiarezza le priorità: tre.

La polizia e l’ordine pubblico
Il sistema dello “stop-and-frisk” (ferma e perquisisci: una prassi abituale per le strade della Grande Mela), “che umilia la dignità e i diritti dei giovani neri, non funziona”. E non garantisce “ai nostri coraggiosi poliziotti” la collaborazione e la fiducia di cui hanno bisogno per combattere il crimine – dice il sindaco. Da noi ci si allarma quando un celerino si toglie il casco durante una manifestazione e non ci si stupisce quando le cariche delle forze dell’ordine rompono un po’ di teste. C’è sempre da imparare: quattro.

Le tasse
“Chiederemo ai molto ricchi di pagare un po’ più di tasse per poter offrire a tutti programmmi di assisenza prescolare e pomeridiana” ha annunciato De Blasio. “E quando dico «un po’» voglio dire proprio «un po’»”, spiega: chi guadagna tra 500mila e un milione di dollari pagherà 973 dollari in più all’anno. “L’equivalente di tre tazze di caffè al giorno da Starbucks”. Tre caffè in cambio del doposcuola per tutti, bello: da noi asili e doposcuola sono ormai una rarità. E cinque.

Contro il pensiero liberista
De Blasio ha regalato ai suoi elettori anche il sogno di combattere il liberismo trionfante. “So che molti pensano che per far crescere l’economia basti favorire le grandi imprese, sono quelli che definiscono il proprio come «rude individualismo». Ma Fiorello La Guardia – il più grande sindaco che New York abia mai avuto – disse di ammirare i «rudi individualisti», anche se nessuno di loro potrebbe sopravvivere dentro una società ridotta alla fame”.

Alla fame? New York?
De Blasio la vede così: “La nostra città ha affrontato e superato il collasso fiscale, il crimine epidemico, attacchi terroristici e disastri naturali. Ma oggi noi dobbiamo far fronte a una crisi silenziosa ma non meno temibile, chenon finisce spesso in prima pagina: una crisi di eguaglianza”. Dall’ufficio del sindaco si vede la crisi più nera: sesto insegnamento.

“Abbiamo bisogno di un approccio decisamente diverso da quanto fatto finora: occorre ricostruire da cima a fondo la nostra comunità, dai sobborghi al centro. E come sempre il mondo intero guarderà a come ci riusciremo. Una città che combatte l’ingiustizia e l’ineguaglianza – non perché ciò concorda con le nostre idee, ma perché ciò dà forza alla nostra gente”. Settimo: l’ideologia che si rivela l’arma giusta non perché astratta, ma proprio perché poggia su basi concrete.

Ghe pensi mi?
No. Bill De Blasio si appella ai cittadini di NewYork: “Dovete continuare a far sentire la vostra voce. Dovete essere al centro di questo dibattito. Il nostro lavoro comincia ora”.

Non so come sia sentito Mosè quando lesse la legge ai piedi del monte Sinai, ma di certo i comandamenti di Bill al suo pubblico affamato di futuro devono essere sembrati davvero come una mappa per la terra promessa… Beati loro!