I detenuti sono una merce?

Il recente “scandalo” di Lampedusa, l’ennesimo, potrebbe permettere di allargare l’orizzonte della discussione politica, con l’obiettivo di definire il contesto generale dentro il quale i fenomeni più appariscenti delle cronache prendono corpo. Mi riferisco al tema, molto più vasto, della reclusione: strumento intrinsecamente politico che raramente viene inteso e comunicato come tale. Senza scomodare Foucault – ma il suo “Sorvegliare e punire” (1975) rimane comunque imperdibile – basta mettere insieme un po’ di informazioni davvero “a portata di mano”.

La prigione di Birmingham (UK)

La prigione di Birmingham (UK)

Il XX secolo, cent’anni di prigioni
Il Novecento è stato caratterizzato da fenomeni d’imprigionamento di massa mai registrati prima nella storia umana. Mai. Si pensi alla reclusione e al confino come prassi tipiche del Fascismo. Al concentrazionismo nazista, col “corollario” – epocale e tragico – della Shoà e del Porajmos. Si pensi al sistema staliniano dei gulag e alla Siberia, ereditata dal regime zarista come orizzonte espulsivo e morti-ficante. Pensiamo al regime franchista e alle sue lugubri celle mortali, in fondo alle quali attendeva la garrota; alle galere sanguinose della rieducazione, in Cambogia, fertili solo di scheletri; al mostruoso sistema carcerario cinese, nel quale il detenuto viene inghiottito nel nulla. E alle dittature militari dell’America Latina, carceri a cielo aperto per decine di milioni di persone, cimiteri dietro le sbarre per gli oppositori. Per non parlare di molti paesi islamici, nei quali spesso i diritti individuali scomparivano (e scompaiono), sommersi dalla pretesa dei sistemi politici di inverare e incarnare la volontà divina.

Il Novecento è stato il secolo della galera, ma il XXI secolo non sembra diverso, anzi: molti aspetti della nostra contemporaneità fanno pensare che possa essere ancora peggiore del precedente. Se i totalitarismi – senza che questo suoni come una giustificazione – “avevano bisogno” del carcere per ragioni intrinseche alla natura delleforme di governo cui diedero vita, come si spiega il perdurante successo della prigione, nell’era del “trionfo della democrazia”?

Nell’autorevole sito http://www.prisonstudies.org, collegato alla University of Essex, leggiamo che “la popolazione carceraria mondiale è cresciuta in tutti i cinque continenti nel corso degli ultimi 15 anni. È salita del 25-30%, a fronte di una crescita della popolazione mondiale del 20%. La quota di persone in carcere è salita del 6%: da 136 a 144 detenuti ogni 100.000 abitanti”. Questi sono i numeri.

Il significato politico della carcerazione di massa
Il cerchio si sta chiudendo, come una morsa ineluttabile, intorno al collo dei poveri del mondo, trasformati nuovamente in schiavi incatenati, “bestie” la cui vita non conta, la cui morte (nel migliore dei casi) non è che un segno “meno” in un registro. Che lavorino fino a morire, con diritti sempre più labili e meno rispettati! E che i più recalcitranti alle regole dettate dai padroni del mondo finiscano i loro giorni in galera! Tutto ciò è, nella sua crudeltà: ovvio. Lo dicono i numeri, non sono opinioni.

Composizione razziale della popolazione carceraria negli USA

Composizione razziale della popolazione carceraria negli USA

La classifica mondiale degli “stati carcerieri”
Il paese che tiene in carcere la più cospicua fetta di popolazione è, in tutto il mondo, il “faro della democrazia”: gli Stati Uniti d’America, con 716 detenuti ogni 100mila abitanti. Seguono, distanziati di molto, altri stati e staterelli. Ma spiccano Cuba (quinta, 510/100mila), Russia (ottava, 484/100mila), Brasile (44.mo, 274/100mila). Democrazie e non democrazie, dal punto di vista formale: il carcere è la soluzione per tenere a freno la ribellione degli oppositori e degli esclusi. L’Italia, con 108 reclusi ogni 100mila abitanti, è al 139° posto della speciale classifica. Ma – come le cronache da Lampedusa testimoniano – la posizione in classifica non garantisce nulla: il trattamento inumano dei detenuti (a qualsiasi titolo essi lo siano) sembra essere una costante. Perché?

Il detenuto-merce
Quello che sembra evidente è la trasformazione dello status del prigioniero: da individuo titolare di diritti (piegati, tagliati, limitati in relazione alla condizione di condannato o di semplice detenuto in attesa di giudizio), è stato trasformato in funzione di profitto potenziale. Come? È stato venduto. Lo Stato vuole spendere di meno per qualsiasi servizio, anche per la sicurezza (voce alla quale si associa il sistema carcerario). Quindi affida a un privato la custodia del carcerato, pagando una quota pro capite per ogni detenuto. Dal punto di vista del privato è un’occasione d’oro: più detenuti colleziono, più guadagno. Per lo stato è un modo per tenere sotto controllo i costi. Carceri private esistono in molti paesi. Negli USA, in Brasile (dove il dibattito è acceso), nel Regno Unito.

Un caso di studio: il Regno Unito.
Nel Regno Unito la prima prigione privata fu aperta nel 1992. Da allora le carceri private si sono moltiplicate. Il sito dell’associazione “prison reform trust” pubblica un rapporto illuminante, a questo proposito. Il trend dell’affare-prigioni è chiarito da questi dati: all’11 Ottobre 2013, in Inghilterra e Galles, erano detenute 84078 persone. Nel 1992-93 erano 44.628. In ventuno anni – gli anni di Major, Blair, Brown e ora di Cameron (9 di governi conservatori, 12 di labour) – i carcerati sono aumentati di 40mila unità. E una parte di loro è diventata, esplicitamente, una merce.

Prendendo in considerazione soltanto il parametro del sovraffollamento (prima e più importante causa di disagio e di condizioni di vita inumana in cella), i dati rivelano che a essere più affollate sono proprio le prigioni private. Basta confrontare l’elenco delle prigioni inglesi pubblicato da wikipedia con i dati ufficiali dell’amministrazione penitenziaria di Sua Maestà, la Regina Elisabetta II. Su quattordici prigioni private, soltanto quattro hanno un numero di detenuti tenuto sotto i limiti dei posti effettivamente disponibili. Alcune superano un tasso di affollamento del 150%. Detenuti come merci stoccate in un magazzino. Ma il dibattito sulla questione, almeno a Londra, è aperto: conviene o non conviene pagare i privati perché gestiscano le prigioni? Si vedrà.

E in Italia?
Il sistema italiano non prevede (ancora) carceri private. Eppure i CIE (o qualunque sia il modo più giusto per chiamare le strutture come quella che a Lampedusa “ospita” gli immigrati sopravvissuti all’esodo), sono effettivamente dati in gestione a privati. A cooperative che, quando il gioco viene scoperto, licenziano i responsabili, reagiscono e dissimulano. La sostanza è una sola: ogni migrante “accolto” vale da 30 a 50 euro al giorno. Un giro d’affari enorme sulla pelle degli esclusi.

La trasformazione delle società contemporanee percorre itinerari oscuri che occorre portare alla luce. O no?

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