I detenuti sono una merce?

Il recente “scandalo” di Lampedusa, l’ennesimo, potrebbe permettere di allargare l’orizzonte della discussione politica, con l’obiettivo di definire il contesto generale dentro il quale i fenomeni più appariscenti delle cronache prendono corpo. Mi riferisco al tema, molto più vasto, della reclusione: strumento intrinsecamente politico che raramente viene inteso e comunicato come tale. Senza scomodare Foucault – ma il suo “Sorvegliare e punire” (1975) rimane comunque imperdibile – basta mettere insieme un po’ di informazioni davvero “a portata di mano”.

La prigione di Birmingham (UK)

La prigione di Birmingham (UK)

Il XX secolo, cent’anni di prigioni
Il Novecento è stato caratterizzato da fenomeni d’imprigionamento di massa mai registrati prima nella storia umana. Mai. Si pensi alla reclusione e al confino come prassi tipiche del Fascismo. Al concentrazionismo nazista, col “corollario” – epocale e tragico – della Shoà e del Porajmos. Si pensi al sistema staliniano dei gulag e alla Siberia, ereditata dal regime zarista come orizzonte espulsivo e morti-ficante. Pensiamo al regime franchista e alle sue lugubri celle mortali, in fondo alle quali attendeva la garrota; alle galere sanguinose della rieducazione, in Cambogia, fertili solo di scheletri; al mostruoso sistema carcerario cinese, nel quale il detenuto viene inghiottito nel nulla. E alle dittature militari dell’America Latina, carceri a cielo aperto per decine di milioni di persone, cimiteri dietro le sbarre per gli oppositori. Per non parlare di molti paesi islamici, nei quali spesso i diritti individuali scomparivano (e scompaiono), sommersi dalla pretesa dei sistemi politici di inverare e incarnare la volontà divina.

Il Novecento è stato il secolo della galera, ma il XXI secolo non sembra diverso, anzi: molti aspetti della nostra contemporaneità fanno pensare che possa essere ancora peggiore del precedente. Se i totalitarismi – senza che questo suoni come una giustificazione – “avevano bisogno” del carcere per ragioni intrinseche alla natura delleforme di governo cui diedero vita, come si spiega il perdurante successo della prigione, nell’era del “trionfo della democrazia”?

Nell’autorevole sito http://www.prisonstudies.org, collegato alla University of Essex, leggiamo che “la popolazione carceraria mondiale è cresciuta in tutti i cinque continenti nel corso degli ultimi 15 anni. È salita del 25-30%, a fronte di una crescita della popolazione mondiale del 20%. La quota di persone in carcere è salita del 6%: da 136 a 144 detenuti ogni 100.000 abitanti”. Questi sono i numeri.

Il significato politico della carcerazione di massa
Il cerchio si sta chiudendo, come una morsa ineluttabile, intorno al collo dei poveri del mondo, trasformati nuovamente in schiavi incatenati, “bestie” la cui vita non conta, la cui morte (nel migliore dei casi) non è che un segno “meno” in un registro. Che lavorino fino a morire, con diritti sempre più labili e meno rispettati! E che i più recalcitranti alle regole dettate dai padroni del mondo finiscano i loro giorni in galera! Tutto ciò è, nella sua crudeltà: ovvio. Lo dicono i numeri, non sono opinioni.

Composizione razziale della popolazione carceraria negli USA

Composizione razziale della popolazione carceraria negli USA

La classifica mondiale degli “stati carcerieri”
Il paese che tiene in carcere la più cospicua fetta di popolazione è, in tutto il mondo, il “faro della democrazia”: gli Stati Uniti d’America, con 716 detenuti ogni 100mila abitanti. Seguono, distanziati di molto, altri stati e staterelli. Ma spiccano Cuba (quinta, 510/100mila), Russia (ottava, 484/100mila), Brasile (44.mo, 274/100mila). Democrazie e non democrazie, dal punto di vista formale: il carcere è la soluzione per tenere a freno la ribellione degli oppositori e degli esclusi. L’Italia, con 108 reclusi ogni 100mila abitanti, è al 139° posto della speciale classifica. Ma – come le cronache da Lampedusa testimoniano – la posizione in classifica non garantisce nulla: il trattamento inumano dei detenuti (a qualsiasi titolo essi lo siano) sembra essere una costante. Perché?

Il detenuto-merce
Quello che sembra evidente è la trasformazione dello status del prigioniero: da individuo titolare di diritti (piegati, tagliati, limitati in relazione alla condizione di condannato o di semplice detenuto in attesa di giudizio), è stato trasformato in funzione di profitto potenziale. Come? È stato venduto. Lo Stato vuole spendere di meno per qualsiasi servizio, anche per la sicurezza (voce alla quale si associa il sistema carcerario). Quindi affida a un privato la custodia del carcerato, pagando una quota pro capite per ogni detenuto. Dal punto di vista del privato è un’occasione d’oro: più detenuti colleziono, più guadagno. Per lo stato è un modo per tenere sotto controllo i costi. Carceri private esistono in molti paesi. Negli USA, in Brasile (dove il dibattito è acceso), nel Regno Unito.

Un caso di studio: il Regno Unito.
Nel Regno Unito la prima prigione privata fu aperta nel 1992. Da allora le carceri private si sono moltiplicate. Il sito dell’associazione “prison reform trust” pubblica un rapporto illuminante, a questo proposito. Il trend dell’affare-prigioni è chiarito da questi dati: all’11 Ottobre 2013, in Inghilterra e Galles, erano detenute 84078 persone. Nel 1992-93 erano 44.628. In ventuno anni – gli anni di Major, Blair, Brown e ora di Cameron (9 di governi conservatori, 12 di labour) – i carcerati sono aumentati di 40mila unità. E una parte di loro è diventata, esplicitamente, una merce.

Prendendo in considerazione soltanto il parametro del sovraffollamento (prima e più importante causa di disagio e di condizioni di vita inumana in cella), i dati rivelano che a essere più affollate sono proprio le prigioni private. Basta confrontare l’elenco delle prigioni inglesi pubblicato da wikipedia con i dati ufficiali dell’amministrazione penitenziaria di Sua Maestà, la Regina Elisabetta II. Su quattordici prigioni private, soltanto quattro hanno un numero di detenuti tenuto sotto i limiti dei posti effettivamente disponibili. Alcune superano un tasso di affollamento del 150%. Detenuti come merci stoccate in un magazzino. Ma il dibattito sulla questione, almeno a Londra, è aperto: conviene o non conviene pagare i privati perché gestiscano le prigioni? Si vedrà.

E in Italia?
Il sistema italiano non prevede (ancora) carceri private. Eppure i CIE (o qualunque sia il modo più giusto per chiamare le strutture come quella che a Lampedusa “ospita” gli immigrati sopravvissuti all’esodo), sono effettivamente dati in gestione a privati. A cooperative che, quando il gioco viene scoperto, licenziano i responsabili, reagiscono e dissimulano. La sostanza è una sola: ogni migrante “accolto” vale da 30 a 50 euro al giorno. Un giro d’affari enorme sulla pelle degli esclusi.

La trasformazione delle società contemporanee percorre itinerari oscuri che occorre portare alla luce. O no?

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2013 – Il ritorno della peste

Sono notizie che lasciano perplessi. Stai dando un’occhiata al sito di un giornale straniero perchè quelli nazionali ti fanno venire la depressione, e ti imbatti in un articolo come questo del quotidiano francese Le Monde : nelle ultime settimane in Madagascar un’epidemia di peste ha colpito 160 persone, facendo 50 morti (più del 30% dei casi). La malattia si sta anche avvicinando a delle zone turistiche. Qui un’ulteriore fonte.

Ma come la peste? Non era un morbo del Medioevo? O al più del Seicento? In effetti in Europa la parola “peste” evoca un flagello che ha mietuto innumerevoli vittime tra il 1348 e il Settecento, lasciando un ricordo sinistro e indelebile nella nostra cultura. La peste evoca immediatamente reminiscenze letterarie e artistiche di ogni tipo (ad esempio le Danze macabre, come quella della copertina), ma al tempo stesso ci sembra un problema del passato.

Molti sanno più o meno cosa fosse la peste. Probabilmente sono già meno quelli che sanno che si tratta di un’infezione batterica, causata dal bacillo Yersinia pestis. Normalmente è una malattia degli animali (ad esempio dei roditori). Si può trasmettere alle persone in seguito a stretto contatto con gli animali stessi, specialmente in precarie condizioni igieniche (durante le epidemie medievali erano le zecche a trasmettere l’infezione dai topi all’uomo, almeno inizialmente). Quando colpisce gli esseri umani la malattia si manifesta in due forme, la peste bubbonica e la peste polmonare. Sebbene la variante bubbonica sia la più famosa (forse a causa dell’aspetto sgradevole dei linfonodi ingranditi e necrotici che formano i “bubboni”) la variante polmonare è più micidiale: si trasmette per via aerea e, in assenza di trattamento, è mortale nel 100% dei casi, spesso nel giro di poche ore.

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Un dato ancora meno conosciuto è che Yersinia pestis è tutt’altro che scomparso dalla faccia della Terra. Il bacillo rimane endemico in diverse parti del mondo, tra cui (a sorpresa), tutta la parte occidentale degli Stati Uniti, dove il serbatoio è costituito dagli animali selvatici e i casi tra gli umani sono sporadici. Epidemie tra le persone sono più frequenti (se avete indovinato non era difficile) nel continente africano. Negli ultimi due/tre anni il Madagascar detiene il poco invidiabile primato di paese con le maggiori epidemie di peste, davanti alla Repubblica Democratica del Congo. La notizia peggiore è che una parte consistente dei casi malgasci sono di peste polmonare.

Le buone notizie sono che il contagio può essere contenuto con misure igienico-sanitarie volte a isolare i focolai di infezione (la mossa vincente degli stati europei del Settecento), e che il bacillo se preso in tempo si può contrastare con gli antibiotici. Operatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono in Madagascar e stanno cercando di arginare la pestilenza. Il fatto è che nel mondo attuale, sempre più classista e diseguale, qualcuno usufruisce di cure fantascientifiche per prolungare la vita e altri continuano a morire di malattie medievali. Stiamo in campana perchè di questo passo non è detto che la “cara” vecchia Yersinia non torni a farsi vedere anche nelle periferie degradate delle città occidentali.

Il 2013? Per i Super Ricchi della Borsa italiana è stata una vera Festa

Quando qualcuno ci perde, qualcun altro ci guadagna. E’ una vecchia legge dell’economia “reale”, quella che raramente entra nei nostri talk show. Lì tutti gridano, moltissimi però lo fanno per confondere le carte, non fare capire nulla e continuare a incassare appropriandosi pure dell’aureola di “martiri” e vittime dello Stato. Il 2013 è andato male? Certamente è stato così per la maggioranza degli italiani, ceti popolari allargati a classe media. Ma per gli altri? Soldi VauroChe chi aveva soldi in borsa avesse guadagnato parecchio lo si sapeva. Oggi però Repubblica fa un’operazione utile. Ci parla della Top Ten dei Super Ricchi della Borsa italiana. A loro il 2013 è andato splendidamente. Tanto per fare alcuni nomi, il primo dei privati, Leonardo Del vecchio (Luxottica) ha incassato 14 miliardi, il 20% in più del 2012, la famiglia Ferragamo (moda) 3.6 miliardi +71%, la famiglia Agnelli (Fiat) 3.5 miliardi +52%. Chiudono la Top Ten Silvio Berlusconi con 3.2 miliardi +77%, a cui le cose sono andate male sul piano giudiziario ma non certo su quello economico in virtù del boom delle azioni Mediaset e Diego Della Valle 2.2 miliardi e +15%. A perderci qualcosa in questa Top Ten (la notizia farà di sicuro felice qualcuno) è lo Stato Italiano con un -6% e 30 miliardi incassati, risultato frutto delle disavventure Saipem/Eni.
Tutti questi non sono solo numeri, sono uno specchio della realtà italiana. I giornali oggi ci dicono che solo 12 milioni di italiani viaggeranno a Natale, 32 milioni non potranno farlo per ragioni economiche. Il dato è di Federalberghi http://www.corriere.it/cronache/13_dicembre_21/natale-48-milioni-italiani-casa-32-motivi-economici-a152e23c-6a16-11e3-aaba-67f946664e4c.shtml non di un’associazione di “ribelli maoisti”. Serve a ricordarci che la crisi ha accentuato la disuguaglianza, ha colpito il ceto medio, ma non quello medio/alto. Se avete la pazienza date un’occhiata a questo studio di Bankitalia http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef208 . E’ straordinariamente istruttivo, ci dice che le disuglianze (qualcuno ha guadagnato, molti hanno perso) si sono straordinariamente accentuate dal 2007 a oggi. Crisi o non crisi, i ricchi se la sono cavata piuttosto bene. Gli altri crollavano, loro no. Così soprattutto al Sud la differenza fra chi sta al vertice della piramide e il 25% dei più poveri è diventata abissale, con differenze sociali simili alla Turchia (lo abbiamo già ricordato qui).
Che fare? Ogni tanto qualcuno fra gli stessi super ricchi ripropone (non per beneficenza ma per rilanciare il mercato interno) una patrimoniale sulle grandi ricchezze http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/12/20/patrimoniale-quando-a-settembre-modiano-disse-serve-prelievo-forzoso-da-20-miliardi/259111/ . Servirebbe a aggredire il debito pubblico, ridare respiro a quegli investimenti che potrebbero rilanciare la ripresa interna. Si farà? C’è da dubitarne. In tv (non a caso in tv) e nelle piazze si sente strillare (giustamente) contro le tasse (l’Imu che “accomuna” tutti), i politici ladroni (che ci sono e hanno voluto approfittare della situazione), si invoca l’uscita dall’Euro (come se, tornando alla lira, non finissimo per assomigliare ancor di più alla Turchia). Parole contro la disuaglianza, la necessità di aggredirla in nome del 99% dei cittadini, non se ne sentono praticamente mai. E’ logico allora che le “rivolte” sociali, se ci saranno (sono facili da controllare per chi ha in mano le leve vere del potere), avranno un impianto solo “antipolitico” e “antistato” o “antieuropa”, non affrontando mai il nodo vero.
PiramideE allora che ben vengano tutte le voci che ci ricordano che l’iniqua distribuzione della ricchezza aggrava la crisi e distrugge la democrazia http://news.you-ng.it/2013/12/16/krugman-e-linequity-sempre-meno-ricchi-sempre-piu-poveri/ . Che sia meglio ascoltare il Nobel Krugman o il suo collega Stiglitz, piuttosto che Briatore o quelli della Top ten della Borsa quando se la prendono con quello Stato che li fa sguazzare nell’oro?

I tagli al welfare inglese in un cartone animato

Certe volte – molto di rado – c’imbattiamo in esempi di comunicazione politica che brillano per chiarezza, efficacia e semplicità. Non capita in Italia: il vuoto di certa retorica governista fa il paio con l’abitudine al turpiloquio, scambiato a sua volta per retorica politica. La confusione mentale sembra l’unica bussola disponibile.

Non è dell’Italia che parliamo, infatti, ma del Regno Unito.
Il sito web della centrale sindacale britannica pubblica in homepage un breve cartone animato prodotto per affrontare il tema che più infiamma il dibattito politico: i tagli al welfare state. Il cartone “parla da solo”, semplice e diretto com’è. Ma, per chi non capisce l’inglese, ne offriamo una traduzione letterale. Con qualche nota esplicativa.

Buon divertimento!

Voce fuori campo: “I contributi sociali vanno soprattutto ai disoccupati, molti dei quali sono lavativi: su il violino!” (un’allusione agli artisti di strada).

Ecco la famiglia media che lavora duro, della quale fa parte anche un cane azzurro, che sarà poi protagonista del racconto: “Sì i nostri stipendi sono cresciuti di poco. E ancora paghiamo le tasse e la National Insurance che va tutta ai disoccupati” – “Tagliate i benefit, fategli trovare un lavoro!” dice la vecchietta.

Un altro gruppo, quelli che alzavano il violino; parla una donna. “Aspetta un attimo, adesso. Anch’io pensavo che fosse così, prima che perdessi il mio lavoro”

TAGLIA! TAGLIA! (come se fosse la voce fuori campo del regista)

Ecco il cane azzurro: “Certo che dobbiamo colpire chi ci marcia… ma non dobbiamo dimenticare le tante persone che meritano e hanno bisogno di aiuto”

Il palazzo del Parlamento oscurato da nuvole di esplosioni, sulle quali si stagliano le scritte:
“Bedroom tax” (si allude alla riduzione dei contributi sociali a chi ha la casa “troppo grande”, cioè con una stanza da letto in più dello strettissimo necessario)
“Child benefit cuts” (tagli dei sussidi alle famiglie con figli)
“Cancer patients fit for work” (Pazienti con il cancro cosniderati abili al lavoro)
“5 week wait for benefits” (5 settimane di attesa per i benefit)

In corrispondenza delle scritte, si materializzano fumetti con le escalamzioni provenienti dall’interno del palazzo: “Truffe del welfare, frode nei sussidi, blaa!”

Il cane spiega: “I ministri e alcuni giornali parlano solo di frode…  [su un giornale buttato in mezzo alla strada – il “Daily Sun” che non esiste ma allude alla stampa conservatrice e populista britannica, tra le cui testate c’è sia il Daily Mail che il Sun – si legge: “Trovato un disoccupato seduto. Ecco perché c’è bisogno di una tassa sui divani”] (il cane continua, e fa la pipì sul giornale): …vogliono far crescere la rabbia contro i disonesti mentre nascondono i tagli alla rete di protezione sociale…

(Una scritta, “protezione sociale”, attraversa la strada sulle strisce e un furgone, con su scritto “tagli al welfare”, la investe schicciandola)  …della quale alcuni di noi potrebbero aver bisogno.

(potenza dell’animazione: un paio di forbicioni taglia il marciapiede sul quale il cane azzurro passeggia, facendolo precipitare in una voragine in fondo alla quale c’è però una rete di protezione con su stampata la ‘Union jack’ e la scritta “social security”)

Il cane: “Non capiscono perché la gente comune ha bisogno del welfare state. Così noi possiamo aiutare la gente che ha stipendi bassi, come i molti che fanno fatica a sbarcare il lunario, i pensionati che hanno lavorato duramente per tutta la vita, i malati e i disabili, e – sì – i disoccupati, molti dei quali hanno pagato per anni prima di perdere il lavoro… guardate ora come il denaro viene speso… ogni 100 sterline del budget della social security meno di 2,5 vanno ai disoccupati in cerca di lavoro, la fetta più grande, oltre 40 sterline, va giustamente ai pensionati, il resto va ai lavoratori con paghe basse, ai sussidi per i figli, ai sussidi per gli affitti e per le tasse locali, ai disabili e ad altra gente bisognosa… di queste cento sterline – sono i numeri del governo – solo 70 centesimi vanno persi a causa di frodi.

Ora cerchiamo di mettere a fuoco la nostra rabbia su questi tagli a un sistema che significava garantire una rete di sicurezza per tutti: una pensione dignitosa e un aiuto per quelli che attraversano momenti difficili senza nessuna colpa.

Il gesto dell’ombrello

Qualche giorno fa prendevo un caffè in un bar sull’Appennino umbro-marchigiano. Appoggiato al bancone, ascoltavo il dialogo tra due avventori che, come me, cercavano a fine giornata un riparo temporaneo dal freddo umido della sera. A giudicare dall’abbigliamento e da qualche macchia sulle tute da lavoro che indossavano, erano entrambi operai edili, forse imbianchini; uno di circa 50 anni, l’altro molto più giovane: ne avrà avuti al massimo 20.

Alberto Sordi ne "I vitelloni" (F. Fellini,1953)

Alberto Sordi ne “I vitelloni” (F. Fellini,1953)

“Hai finito gli studi?” ha chiesto il più vecchio.
“Quest’anno ci riprovo, come va va… tanto poi vado in Inghilterra” e ha fatto un repentino e marcato gesto dell’ombrello.
“A fare che cosa?” gli ho chiesto io, intromettendomi nella conversazione.
“Il cameriere!” mi ha risposto il giovane, con entusiasmo.

Una conversazione brevissima che mi ha indotto a riflettere.
La fuga dall’Italia – lo dicono, da tempo, i numeri – sta assumendo proporzioni epocali, in tutti i settori della società. Persino fare il cameriere a Londra, questo mi è sembrato di capire da quel gesto, può essere visto come una “rivincita”. Perfino da un giovanissimo operaio (ancorché con qualche ritardo nel corso degli studi).

Ecco perché può essere istruttivo sapere che, se in Italia si cerca per lo più di fuggire o almeno di non affogare  (tranne qualcuno), stritolati come siamo dalla crisi strutturale che demolisce le basi stesse della convivenza civile (non solo l’economia), anche Oltremanica, nel Regno Unito, i lavoratori non se la passano bene per niente.

Le paghe inglesi
Il 12 Dicembre scorso l’Office for National Statistics (l’ISTAT britannico) ha pubblicato un documento sulle variazioni di reddito dei lavoratori registrate nel corso dell’ultimo anno. A prima vista il dato più evidente e grave sembra essere la disparità di trattamento economico tra maschi e femmine: e non è certo inutile ribadire che sono proprio le donne, persino tra i sudditi della regina Elisabetta, a guadagnare di meno.

Ma il dato più importante è un altro.
Sotto le cifre, dietro ai grafici e alle percentuali che sembrerebbero testimoniare una crescita, seppur modesta, di paghe orarie e stipendi, c’è in realtà un “non detto” grande così. Quei dati non tengono in alcun conto la realtà. Non che siano falsi, in sé. Sono solo troppo parziali. Perché non valutano né il processo inflattivo né l’altro dato essenziale, quando si parla di soldi: il potere d’acquisto effettivo del denaro disponibile, il “costo della vita”.

Se ne sono accorti i sindacalisti – proprio quegli odiatissimi figuri che pretenderebbero di rappresentare i lavoratori e che tanto sono sbeffeggiati e minacciati dalle forze politiche e antipolitiche che, per esempio in Italia, li additano come uno dei mali più gravi che affliggono il nostro paese.

Ebbene: il sito d’informazione del TUC, la centrale sindacale britannica, pubblica un commento tanto stringato quanto efficace sul bollettino statistico del quale abbiamo parlato.

Vi si legge che “il valore reale della paga media di un lavoratore a tempo pieno è calato di circa 200 sterline nel corso dell’ultimo anno, e di quasi 2000 (esattamente: £ 1967) dal 2010 a oggi”. Tutto ciò significa che non c’è stato alcun aumento, ma al contrario un peggioramento annuale pari allo 0,8% (-6,8% dal 2010). Ed è andata particolarmente male ai lavoratori di Londra (-2825 sterline dal 2010) e ai Nord-Irlandesi, afflitti da un perenne ultimo posto nella classifica delle paghe nazionali.

Parole chiare
Il segretario generale del TUC, Frances O’Grady, ha dichiarato che negli ultimi tre-quattro anni “la gente posta nelle fasce medie e basse della graduatorie degli stipendi ha dovuto sostenere spese sempre più alte per i bisogni essenziali: l’energia, i carburanti, gli affitti”, altro che “crescita degli stipendi”.

Conclusioni
Senza spocchia né presunzione, mi viene da sperare che, quando (e se) il giovane umbro che ho incrociato al bar ritornerà dall’Inghilterra, avrà almeno imparato l’inglese necessario per documentarsi e per muoversi nel mondo con sufficiente autonomia di giudizio. A volte è da dettagli fuggevoli e apparentemente inessenziali che si coglie a pieno la necessità di un’istruzione valida ed egualitaria, che metta ciascuno di noi in grado di compiere le scelte più importanti con piena consapevolezza…

Forconi in Jaguar. Cacciati i politici chi va al potere? I colonnelli?

Il buon giornalismo? Quello che si fa delle domande, che non resta alla superficie, che non si beve le verità precofezionate dal potere o da chi vuole prenderlo il potere. Di questi tempi però un’immagine può essere più utile a promuovere una riflessione di quanto riescano mille parole. Stavolta il ruolo dirompente lo ha avuto la foto di Danilo Forconi: Calvani, la prossima settimana tutti a RomaCalvani, leader dei “Forconi” sorridente a bordo di una Jaguar. “Se si attaccano le auto blù da una fuoriserie”, è il titolo del primo pezzo che merita di essere letto. Lo ha scritto Marco Imarisio sul Corriere    Cos’è che scopriamo? Che Calvani ha le idee piuttosto chiare su cosa vuole fare dopo la cacciata dei politici dal Parlamento . Ma rileggiamo cosa scrive Imarisio

Chi si scaglia contro le auto blu dal predellino di una Jaguar rischia di aumentare la confusione. È come protestare allo stesso tempo contro il costo delle benzina e quello dei cruscotti in radica. Certe volte poi sarebbe meglio tacere del tutto, evitando di intestarsi ambigui primati di rappresentanza del malconcio Occidente.
Dopo la cacciata dell’intero Parlamento, Calvani promette un governo retto dai militari, con i carri armati a presidiare le piazze. Quando saranno finite speculazioni e arrampicate della politica sui Forconi, magari sarà il caso di chiedersi sul serio come è possibile che personaggi così particolari siano diventati, anche solo per un breve periodo, gli unici rappresentanti del disagio italiano.

Un’esagerazione? Per trovare una risposta bisogna spostarsi sul Secolo XIX di Genova. Già perché se c’è una fase 1 (la cacciata degli screditati politici che non sono amati da nessuno oggi in Italia) che cosa ci si propone per la fase 2? Quelli del giornale genovese sono andati a cercare la risposta sul Web e hanno trovato il programma http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2013/12/11/AQjx8mEB-forconi_eversivo_programma.shtml degli organizzatori di Italia si ferma, il movimento che sta organizzando la protesta. Leggiamo il passaggio più importante

Fase uno: «Che l’attuale classe politica, presidente della Repubblica compreso, istituzioni infiltrate dai partiti ladroni, si dimettano ed abbandonino le posizioni».
Fase due: «Da quel momento vi sarà un periodo transitorio in cui lo Stato sarà guidato da una commissione retta dalle forze dell’ordine, trascorso il quale si procederà a nuove votazioni».

Ma cosa è successo esattamente in questi giorni? Torino è stata particolarmente colpita dalla protesta. “E’ rimasta ostaggio di una confusa rivolta” ha scritto Luigi La Spina sulla Stampa. E qui c’è il terzo documento che merita di essere letto. http://www.lastampa.it/2013/12/12/cultura/opinioni/editoriali/se-lo-stato-rinunci-al-suo-ruolo-gmPz0DSyX5aXjzZorrN1tO/pagina.html  Che ha fatto il governo, dopo aver promesso “tolleranza zero? La Spina pone una bella questione  tutta politica. La sua riflessione colpisce

 Gli italiani hanno assistito, allibiti, alla contraddizione palese tra le roboanti dichiarazioni di fermezza pronunciate in tv dal ministro Alfano e la realtà di un comportamento delle forze dell’ordine che ha lasciato le città italiane alla mercé di raid squadristici, peraltro operati da sparuti gruppi di ultrà, non da imponenti masse di manifestanti. Una strategia incomprensibile, perché invece di scoraggiare le violenze e di isolare coloro che non si limitavano a contenere la protesta nei limiti della legge, ha avuto l’effetto di allargare il contagio, vista la sostanziale impunità che faceva seguito a quei comportamenti. Ecco perché la polemica sui caschi sfilati dalle teste degli agenti si è incentrata su un falso dilemma, quello se fosse un gesto di solidarietà con i manifestanti o un intelligente atto per allentare la tensione. Ha avuto, invece, solo un effetto simbolico, quello di un abbandono del campo da parte dello Stato. Un’impressione certamente non contraddetta dai tardivi arresti di ieri sera.

Ci vorrebbero le dimissioni di qualche responsabile, conclude La Spina, ben sapendo che non le darà nessuno. L’Italia di oggi è messa così. L’appello è ad aprire gli occhi su quanto sta accadendo. Chi intima la chiusura dei negozi, assedia le sedi sindacali, minaccia di bruciare i libri, non lo fa per esprimere un disagio sociale, ma per un progetto politico. E chi sta nel Palazzo ha dato ancora una volta mediocre prova di sè. Due verità che un giornalismo libero può dire. Se si fa delle domande. Si intende.