Ma che giornalismo vogliamo? C’è dietro un pensiero?

Dov’è il futuro del giornalismo? A fine ottobre il New York Times ha pubblicato uno scambio di lettere fra Bill Keller già direttore e ora editorialista del giornale http://en.wikipedia.org/wiki/Bill_Keller e Glenn Greenwald http://en.wikipedia.org/wiki/Glenn_Greenwald giornalista e avvocato, l’uomo che insieme a Edward Snowden ha fatto conoscere al mondo la portata dello spionaggio elettronico della NSA. Ora la rivista Internazionale, nel suo ultimo numero, ha riproposto il carteggio in italiano. Ed è un materiale che merita di essere assolutamente letto (qui lo trovate in inglese http://www.nytimes.com/2013/10/28/opinion/a-conversation-in-lieu-of-a-column.html?_r=0 ) . Già la premessa non può essere sottovalutata. Oggi, scrive Keller, le discussioni sul futuro dell’informazione si concentrano quasi esclusivamente sul modello di business, su come ricavare soldi dalle notizie. E’ Keller Greenwaldverissimo. Questa dimensione affaristica sembra (di fatto) aver oscurato tutto il resto, la questione fondamentale dei contenuti, dell’approccio alla notizia che deve avere chi offre informazione. Banalizzando all’estremo, possiamo dire che il dibattito fra Keller e Greenwald in Italia è stato presentato come un confronto fra un’idea di giornalismo indipendente e quella di un attivismo giornalistico che mette insieme politica e informazione. Nella polemica si è affacciato pure a modo suo Gianni Riotta, e Wired ha ripreso e commentato (efficacemente) http://daily.wired.it/news/media/2013/10/22/greenwald-riotta-nsa-datagate-giornalismo-6789.html la faccenda. Rileggendo il carteggio su Internazionale però ci si accorge che lo spessore della discussione va ben oltre le banalizzazioni. Intanto sia Keller che Greenwald convergono sul fatto che il giornalismo non sia marketing ma un prodotto pensato, che dietro ci debba essere un pensiero, una capacità di rielaborare i fatti, di interpretarli. Insomma nessuno dei due rimuove la questione intellettuale o si illude che basti “riportare i fatti che si vedono” per svolgere una funzione professionalmente dignitosa. I due si scambiano pure gentilezze e complimenti. Il punto per Keller è che un giornalista che anticipa le sue opinioni al lettore non gli consente di formarsi un autonomo punto di vista, lo condiziona eccessivamente. Greenwald invece sostiene che nascondere la propria opinione è una finzione, un trucco, un inganno. Non si può semplicamente riportare che Tizio dice questo e Caio risponde quest’altro (come fanno i cronisti che microfono in mano inseguono le dichiarazioni dei nostri politici) e ridurre tutto a teatrino perché anche il teatrino (dove non esiste più verità) è una forma di faziosità, non ti fa capire come stanno le cose. Perché non chiamare la tortura, tortura, come invece hanno evitato di fare per “patriottismo” i media Usa? si chiede Greenwald che oggi insieme al patron di Ebay sta per dare vita a una nuova avventura giornalistica supportata da ben 250 milioni di dollari http://www.theguardian.com/technology/media-blog/2013/nov/04/digital-journalism-pierre-omidyar-ebay-glenn-greenwald .
Ma le banalizzazioni all’italiana hanno impedito che emergesse un altro punto. Il punto di contatto fra Keller e Greenwald sta nel fatto che entrambi pensano che il lavoro giornalistico non ha valore se non è basato su prove e su dati verificabili. E’ questo il vero punto per Greenwald, non l’approccio finto obiettivo. GreenwaldLa sua parola chiave per chi fa informazione è onestà, non obiettività. E infatti Keller coglie questo punto quando replica dicendo che il vero rischio è che un giornalista che dichiara pubblicamente il proprio punto di vista poi possa essere indotto a “manipolare” i fatti spinto dall’orgoglio e dalla voglia di sostenere le proprie ragioni.
In estrema sintesi una discussione di alto livello, dove si incrociano tutte le questioni della contemporaneità: business, tecnologie, abusi commessi dal potere,diritti dei cittadini, ruolo di chi sta in mezzo fra società e vertici, che svolge un ruolo di “lettore” dei fatti. Discussione che ha il merito di chiarire ai giornalisti che devono sempre “pensare a quello che fanno” e di indicare pure delle rotte da seguire. Noi in Italia (dove non ci sono soggetti generosi pronti a mettere 250 milioni in nuove imprese solo editoriali) corriamo il rischio dell’omologazione ( i talk show non sono forse tutti uguali?), della marmellata indistinguibile, spesso senza neppure esserne coscienti . Senza identità tutte le voci si perdono nell’indistinto. E poi ci si lamenta che il pubblico cerchi altrove le proprie fonti di informazione.

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