La memoria corta dell’Irlanda

Perserverare è diabolico, si dice. Ma a Dublino forse non lo sanno.

Fino a pochi anni fa (gli anni della crisi mondiale, 2007-2008) l’Irlanda era la “tigre celtica” (per analogia con i paesi asiatici del boom economico, come: Taiwan, Singapore, Hong Kong): quasi vent’anni consecutivi di espansione, economia attivissima, import di aziende che mettevano piede nel paese attirate dal un fisco di poche pretese e da condizioni di lavoro flessibilissime: il bengodi del liberismo economico, radicato – proprio come negli USA – nella speculazione immobiliare e fondato sulla concessione di crediti sempre più facili. “Europeans admire ‘Celtic Tiger'” titolava la BBC il 21 Maggio 2007. Pochi anni prima aveva scritto: Ireland is named ‘best country’ , era il 17 Novembre 2004.

I prezzi erano alti come non s’era mai visto (“Celtic Tiger roars again – but not for the poor”, titolava il Guardian il 7 Ottobre 2004), ma questo non fermava i giovani che, da tutto il mondo, prendevano un aereo per volare fin lassù, dove trovavano facilmente un lavoro, anche due. Circolavano storie di ragazzi sorridenti che raccontavano dell’infinita serie di proposte di lavoro ricevute in un solo pomeriggio di ricerca. L’Irlanda era diventata oggetto di studio in tutto il mondo, persino in Nuova Zelanda: “Bitten by the Celtic Tiger: immigrant workers and industrial relations in a new “Glocalised” Ireland “.

Un manifesto ironico dell'epoca della crisi

Un manifesto ironico dell’epoca della crisi

Poi, il disastro.
Tra 2008 e 2009 la bolla immobiliare riassorbì tutta la crescita, precipitando il paese in un pozzo nero pieno soltanto di disperazione.
Le grandi aziende multinazionali se ne andarono, la disoccupazione cresceva (dal 4% del 2007 al 13% del 2010), le banche traballavano fino al fallimento: per salvare la Anglo-Irish bank, servì una cifra vicina al 20% del Pil!

Così vennero i diktat dell’FMI e della troika europea: tagli ai salari, licenziamenti di massa, sforbiciate paurose alla spesa pubblica. Austerity, austerity, austerity!

La “greek salad” in salsa celtica ha dato i soliti risultati: la disoccupazione è cresciuta ancora, fino al 15%. I numeri dicono chiaramente che il sogno di cinque-sei anni fa, tramutatosi in incubo, non tornerà mai più. Nel I trimestre 2013, rispetto al I trimestre 2008, in Irlanda ci sono 260.200 lavoratori in meno e si guadagnano 12 euro in meno per settimana (692 contro 704). Lo dice l’ufficio statistico nazionale irlandese, mica un anarchico di passaggio!

L’Irlanda – che “sta uscendo dalla crisi”, come si legge sempre più spesso – è più povera, la gente sta peggio, l’economia è ancora fragilissima.

E che cosa fa il governo (di coalizione, tra laburisti e Fine Gael, i democristiani irlandesi)?
Ce lo dice il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria italiana: “L’Irlanda punta su export e fisco pro business per abbinare rigore e crescita”

Dal sito web del Sole24Ore

Dal sito web del Sole24Ore

Nell’articolo di Pignatelli e Veronese leggiamo che:

Uno dei fattori di massima attrattività dell’Irlanda rimane il sistema fiscale, che ha continuato a garantire l’afflusso di investimenti diretti esteri e la presenza di numerosi colossi dell’hi-tech, come Google, Twitter, Intel, PayPal, che hanno fissato qui il loro quartier generale internazionale. Punto di forza è la corporate tax, al 12,5%, di cui possono beneficiare le società basate a Dublino. Tuttavia, grazie ad accorgimenti più sofisticati che combinano il regime irlandese con le scappatoie della legge statunitense, le multinazionali possono sottrarre del tutto al fisco una parte consistente dei profitti. (Rileggiamoci Miliardari ma Esentasse. È finita la festa?” del 2 Novembre scorso, ndr)

e anche che:

Dal 2008 al 2015 il costo del lavoro unitario in Irlanda calerà quasi del 15%, aumentando l’appeal della manodopera, peraltro altamente qualificata e anglofona.

Insomma…
Verrebbe da dire – così, d’istinto – che anche i politici irlandesi, con tutto il rispetto, non ci hanno capito un cazzo…
E invece, più educatamente, scriviamo che «Certe volte viene quasi da ridere, vedendo quanto è corta la memoria politica in Europa».
Ergo: viva il “pensiero unico”. E amen.

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