Ricordando Nassiriya. 10 anni dopo, la strage continua

Anno 2003. 12 novembre ore 10 e 40, in Iraq. A Nassiriya davanti a una base italiana dei carabinieri esplode un camion pieno di esplosivo. L’attentato provoca 28 morti. 19 sono italiani, 12 carabinieri, 5 militari dell’esercito, 2 civili. Le altre nove vittime sono irachene. Seguono lutto, solidarietà, sgomento, polemiche su mancanza adeguate misure sicurezza. Un atto di guerra (logico in un teatro di guerra) inserito dentro la retorica della missione di pace (che avrebbe appunto compromesso la sicurezza). Comunque gli ufficiali accusati di “sottovalutazione del rischio” sono alla fine tutti assolti dai nostri tribunali, gli autori e mandanti dell’attacco nel frattempo tutti morti. Restano ricordo, il dolore delle famiglie delle vittime, interrogativi tuttora irrisolti.
IRAQ-POLITICS-UNRESTMa 10 anni dopo la domanda vera è: quell’avventura militare (pure italiana nella sua seconda fase) che cosa ha prodotto? C’è un solo modo per rispondere.
Spostiamoci nell’anno 2013. Da gennaio in Iraq ci sono state più di 500 esplosioni con autobomba. I morti sono fra i 5500 e i 7000, una contabilità macabra persino difficile da tenere in un quadro così devastato http://rt.com/news/iraq-2013-year-carnage-405/
 . Soltanto nel mese di ottobre si contano 1100 vittime, 900 civili. In un solo giorno in ottobre a Baghdad ci sono state 16 esplosioni. E’ una ecatombe. Una delle chiavi di lettura (ma non la sola) per capire il perché degli eventi sta la lotta senza quartiere che sta dilagando in tutta la regione fra estremisti sciiti e sunniti. Coinvolge pure la minoranza cristiana con bombe davanti alle chiese e molti che pensano ormai solo a fuggire, a mettersi in salvo.
La storia chiede qualche volta di fare bilanci. Con una punta di cinismo si può dire che esistono pure guerre che portano alla stabilità. Ma in questo caso? Stavolta non ci sono dubbi. La “missione di pace” voluta da Bush e Blair ( seguiti da Spagna e Italia e altri volenterosi) ha prodotto questo: sacrificio di soldati e una strage infinita di civili. Le truppe occidentali se ne sono andate, i media hanno voltato le spalle essendo ormai improduttivo parlare di quel paese, ma lì si muore come o più di prima. Il 12 novembre 2013 è anche il momento invece per noi italiani di soffermarsi, al di là di ogni retorica, su questo. Perché oggi in Iraq non ci sono nè pace, nè giustizia. C’è un disastro umanitario e politico.

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