Acronimi. Chi si ricorda delle FARC?

Basta guardare i telegiornali per capire quanto poco importa a chi fa informazione, in Italia, della “politica estera”. Sono considerate sempre più importanti le opinioni del penultimo vicesottosegretario di un subministero senza portafoglio…
Però, quando si tratta dei “nostri ragazzi” in divisa che portano la pace nel mondo (e soprattutto quando qualcuno di loro muore ammazzato), allora gli articoli si sprecano, gli editoriali grondano lacrime e i TG si riempiono di commemorazioni colme di commozione e di sdegno, in attesa delle solenni cerimonie funebri.  La guerra, la “guerra giusta”, fa vendere copie e cattura gli ascolti.

Eppure nel mondo le guerre sono tante. E ce n’è qualcuna che si trascina da così tanti anni che ce la siamo tutti dimenticata, come quella – civile e sanguinosissima – che tuttora è in corso in Colombia, in Sud America. Da un lato i diversi governi che si sono succeduti a Bogotà, quasi tutti molto amici del grande fratello che sta a Washington, e molto propensi a servirsi dei paramilitari per risolvere le questioni interne; dall’altro i rivoluzionari, più o meno sanguinari come i loro avversari, più o meno “marxisti-leninisti”, come le FARC-EP (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia—Ejército del Pueblo), che sono la formazione militare più famosa del paese, un vero e proprio esercito. Uno scenario da Anni Sessanta che dura ancor oggi.

Come tanti altri paesi del subcontinente, anche la Colombia – che, non dimentichiamolo, è tra le altre cose anche uno dei maggiori produttori di cocaina del mondo, con un esercito di narcotrafficanti che “fa paura” – ha vissuto stagioni terribili, che non sto qui a ricordare: basta mediare un po’ tra le tante versioni offerte in diverse lingue da Wikipedia per farsi un’idea: Colombian armed conflict (1964-present) – Conflicto armado interno en Colombia – http://en.wikipedia.org/wiki/FARC – http://it.wikipedia.org/wiki/FARC – etc…

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Perché parlare di Colombia, allora, e per di più in modo così sommario?
Perché in rete c’è una lettera aperta, pubblicata nel sito di “controinformazione” http://info.nodo50.org/ firmata da Natalie Mistral, che si definisce (anche in altri suoi interventi reperibili in rete) come una guerrillera de las FARC-EP.
Al di là dell’affidabilità della fonte; al di là della condivisibilità delle sue ragioni o dell’ostilità verso il suo punto di vista; al di là del merito specifico, insomma, gli argomenti che Natalie Mistral mette in fila sono interessanti, anche se non sfuggono alla consueta retorica rivoluzionaria, né alla tentazione di rivendicare con enfasi le proprie convinzioni e le scelte compiute.
Le sue parole sono interessanti perché dimostrano che ancora oggi – nel Novembre del 2013 – alcuni punti di vista, alcune scelte di vita che potrebbero sembrarci degne di una ricostruzione storica o di una fiction televisiva (i film su “Che Guevara” li abbiamo visti, e la pubblicistica, come il merchandising, abbondano di titoli e t-shirt…), sono ancora vive, e segnano intere esistenze. Marcano nettamente un punto di vista sul mondo e sulla storia. Soprattutto in luoghi e a latitudini dove la “giustizia giusta” non s’è mai vista, e il popolo minuto (i contadini e i poveri colombiani, in questo caso), ha sempre preso terribili bastonate sulla testa.  Da sempre, o giù di lì.

Per tutte queste ragioni, letta fino in fondo la lettera di Natalie, ho deciso di tradurla e di pubblicarla: un modesto contributo alla memoria del contemporaneo.

Buona lettura

Una lettera dalla foresta colombiana di NatalieMistral, guerrillera de las FARC-EP (testo originale: qui)

Dopo il ripetersi delle critiche che, in buona o mala fede, provengono da certi settori della società colombiana – che non hanno sofferto la guerra, o che ne hanno sofferto senza prendervi parte direttamente; ma che tutti hanno certo subito le conseguenze delle politiche liberiste messe in atto dai diversi governo che si sono succeduti a Bogotà – invio questa lettera aperta per chiarire alcuni concetti.

Ascoltare i notiziari per tutte le 24 ore non significa essere informati, perché solo consultanbdo tutte le fonti è possibile farsi un’idea più o meno completa per elaborare un giudizio proprio. Però la grande stampa è finanziata dai medesimi soggetti che hanno interessi specifici nel conflitto interno – sociale e armato – della Colombia.

È difficile immaginare fino ache punto ci mentano, tanto quanto è difficile accettare l’idea che ci stiano manipolando.
Chiediamoci, dunque: “Perché, anche seci dipingono così mostruosamente inumani, è andato crescendo l’appoggio popolare che ci ha permesso di resistere a così tanti anni di persecuzione? Perché ci è stato possibile stabilizzarci come movimento politico armato, capace di fronteggiare le pretese delle éelite feudali del nostro paese?”

“sarebbe responsabilità nostra se la borghesia latifondista ha preferito ricorrere ai gruppi paramilitari per conservare i propri privilegi, minacciata da questo popolo in armi che chiedeva giustizia e progresso? Questa borghesia dasempre legata agli interessi dei gruppi multinazionali, ai quali nulla importa del benessere del popolo ma solo dei guadagni che può trarre dallo sfruttamento della sua forza-lavoro e dalla ricchezza della sua terra.

Proprio come la donna che, violentata, finisce per essere accusata di aver provocato il suo stupratore, ci incolpano ora di essere responsabili delle atrocità commesse nel tentativo di schiacciare la dignità di un popolo. E sono riusciti a far sì che parte di questo popolo abbia finito per credersi colpevole, colpevole della propria sofferenza. Lo chiedo agli esperti: non si potrebbe parlare di sindrome di Stoccolma, in un caso come questo?

È chiaro: la forza di persuasione di coloro che dentengono il potere e grazie ad esso controllano la controversa “opinione pubblica” è ststa la chiave di tutto: sono riusciti a penetrare nella mente dei nostri concittadini cole le loro bugie ripetute mille volte, fino a farle diventere più reali della verità.

Non ci stancheremo mai, noi, di spiegare al mondo che non siamo narcotrafficanti; che mai abbiamo trattenuto le persone scomparse che oggi reclamano da noi; che non costringiamo mai nessuno a entrare nelle nostre file; che le donne trovano nella nostra organizzazione più libertà e diritti di quelli che offre loro la società; che i nostri figli non sono carne da cannone, come i bambini poveri che usa l’esercito per tentare di batterci; noi dalla guerra non guadagniamo nulla, non viabbiamo alcun interesse personale e i ricorso alle armi non è, per noi, una questione di principio.

Abbiamo dovuto scegliere questa forma di lotta per difendere la vita e la dignità dellenostre famiglie e di un intero popolo. ¡Ejército del Pueblo! Non è una semplice etichetta: è quello che noi siamo. Uomini e donne, contadini lavoratori; umili ma non ignoranti, organizzati, con un progetto e proposte per cambiare la sorte di questa nazione.
Col tempo siamo andati formando un vero esercito, ma di nuovo tipo: tutti vi possiamo esprimere la nostra opinione, vicresciamo come umanità, ci formiamo e apprendiamo al suo interno. Da qui nasce l’embrione della nostra società nuova.

¡Somos humanos! Cresciamo quasi tutti con i medesimi vizi della società che ci ha visto nascere… L’organizzazione guerrigliera cui diamo vita si è dotata di leggi e regolamenti per rispondere alle necessità diquesta società, nel mezzo di una guerra squilibrata e cruenta. Qualsiasi organizzazione, anche la più egualitaria e giusta, è prima di tutto un gruppo di individui: con forze, debolezze, desideri… e questi uomini e donne di buona volontà molte volte non li abbiamo capiti. Eravamo di fronte a una guerra senza alcun limite, nella quale abbiamo visto scomparire familiari e amici, dove questi uomini e donne sono stati diffamati fin dal primo momento, sottoposti a tortura e privazioni, come gran parte del popolo.

Abbiamo peccato, è vero, siamo stati obbligati dalle circostanze a prendere decisioni dolorose; alcuni hanno tradito, altri hannorinunciato agli ideali, alcuni hanno perso la propria umanità… Sembra una deviazione ideologica, tutto questo?

Le FARC-EP si sono costruite su saldi principi moarali e rivoluzionari. E non stoparlando dellamorale borghese, che accetta il lavaggio dei peccati con la vendita delle indulgenze. La nostra Etica è umanista e bolivariana. Puniamo i colpevoli e riconosciamo i veri atti di pentimento. Diamovalorealladignità e alla rettitudine, rispettiamo e amiamo il nostro popolo che non è per noi una cosa diversa dala nostra famiglia.

Alcuni aspetti della nostra vita possonosembrare aspri a chi è sempre stato al riparo nella relativa comodità della città, lontano da guerra e privazioni. Però molte delle nostre regole rispondono soltanto alla necessità della sopravvivenza in una situazione di assedio permanente e in condizioni materiali difficili.

È venuto il momento di chiarire molte cose, molti fatti e molte bugie! Non abbiamo paura della verità perché, se è vero che non siamo esenti da difetti, non siamo stati i carnefici della Colombia! È l’ora che infine il mondo sappia chi sono i veri responsabili di tanta violenza, chi sono quelli che l’hanno generata, chi l’ha scatenata…

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