Sul finanziamento ai partiti, il federalismo e le 5 ricevute al ristorante del presidente Cota

Le leggi che hanno reintrodotto il finanziamento pubblico ai partiti sono legittime da un punto di vista costituzionale? Se lo è chiesto il procuratore della Corte dei Conti del Lazio che le trova “difformi” dall’esito del Referendum del 93 (promosso dai radicali) che il finanziamento lo aveva bocciato a furor di popolo http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-29/la-corte-conti-finanziamento-partiti-leggi-sono-incostituzionali-182036.shtml?uuid=ABeDZig
federalismo600Vedremo che fine farà questa iniziativa. Ma ci sono un paio di cose che vanno dette. Che finanziare la politica “in modo nobile” poteva voler dire mettere a disposizione servizi ai cittadini che volessero impegnarsi nella vita pubblica (modello tedesco). Invece si sono dati i “rimborsi” ai partiti. Nessuno però ci aveva mai detto quale fosse l’ammontare complessivo di questi rimborsi. Possibile che si venga a saperlo solo dopo le inchieste della magistratura? I nemici del “giustizialismo” perché non hanno fatto da soli una salutare opera di informazione preventiva?

E poi c’è la faccenda del federalismo. Ci era stato venduto da tutti come la panacea di ogni male. I leghisti lo gridavano nelle piazze, gli imprenditoridel Nord lo urlavano in televisione, autorevoli “intellettuali di sinistra” spiegavano al volgo che loro lo dicevano da vent’anni che ci voleva un’Italia federale per modernizzare il paese e renderlo efficiente. E ancora, il dibattito pubblico per anni è stato focalizzato sul federalismo fiscale di cui si era fatto gran paladino il potentissimo Tremonti http://it.wikipedia.org/wiki/Federalismo_fiscale con il seguito inevitabile di Cota1pagine e pagine di giornali dedicate al tema, talk show interminabili e cose del genere. Come è andata a finire? Che paghiamo un sacco di tasse in più a livello locale ( complici i tagli imposti alla spesa sociale) e che le Regioni sono diventati il Far West dell’arraffa arraffa. Anche qui nessuno ci aveva mai detto che ci sarebbero stati i rimborsi ai gruppi e ai singoli consiglieri. E invece chi veniva eletto lo sapeva benissimo che “entrare” era come vincere al win for life. Sono venute fuori storie come quelle di Batman Fiorito nel Lazio, ma gli abusi sono stati riscontrati dalla Sicilia al Sud Tirolo (li in in nome delle speciali autonomie).

Il problema vero è che il federalismo in realtà non ha poi colpe specifiche sue. E’ che in Italia le “grandi idee” spesso coprono piccoli affarismi, si traducono in ben altro. Le ultime notizie che arrivano dal Piemonte (dove è finito il conclamato vecchio rigore sabaudo?) ne sono lo specchio più fedele. Il presidente leghista Cota in un giorno ha presentato 5 ricevute di ristorante http://www.lastampa.it/2013/11/27/italia/cronache/ecco-le-spese-del-governatore-cota-in-un-giorno-ricevute-di-ristorante-udKgphGxAhJtWquyuMms3H/pagina.html Ma quanto mangia questo governatore, lui che non è nemmeno un ciccione? I sogni, gli ideali, le speranze in Italia finiscono spesso a tavola. Dove però mangiano in pochi. I cittadini dovrebbero diffidare innanzitutto ai quali hanno dato il loro consenso. Invece in Italia si tifa contro e non si guarda a cosa poi fanno i “propri paladini”. E l’informazione che “segue il flusso” e si rifiuta di pensare, si appassiona per le scalette più scontate,  per la decadenza o per Dudù. Con le debite eccezioni s’intende. Che per fortuna ci sono. Per fortuna.

Lotta di classe in America

Lo Yale Daily News Magazine (copertina di Novembre 2013)

Lo Yale Daily News Magazine (copertina di Novembre 2013)

Anche se a qualcuno non piace ammetterlo, la società americana è divisa in classi, più o meno rigidamente distinte, come tutte le altre nel resto del mondo. Ma, nonostante la crisi degli ultimi anni – che ha falcidiato la classe media, impoverendola e assottigliandola in misura significativa – gli Stati Uniti ospitano ancora il “sogno americano”.

Una delle leve più importanti ed efficaci sulle quali agisce l’ “ascensore sociale” è la formazione, che in America – pur con tanti e palesi difetti, soprattutto alla sua base – presenta eccellenze riconosciute in tutto il resto del mondo. Specialmente nelle università.

Il logo dell'Ivy League (da wikipedia)

Il logo dell’Ivy League (da wikipedia)

Al vertice del sistema d’istruzione c’è l’Ivy League, il club delle otto più prestigiose università private degli USA. Tra di esse la più antica è Harvard, la cui fondazione risale al 1636; seconda per età è Yale, del 1701.

E proprio a Yale – dove, un anno di corso costa in media 57mila dollari, il livello più alto di sempre – si sta affrontando il tema delle differenze di classe sociale tra gli studenti universitari. Un articolo del news-magazine dell’ateneo (“We Don’t Talk About It”) mette a fuoco il problema e suscita alcuni interrogativi, soprattutto alla luce dell’impegno tutt’altro che simbolico che Yale sostiene per favorire l’accesso degli studenti economicamente più svantaggiati.

[Tutti i numeri di Yale, qui: http://oir.yale.edu/sites/default/files/FACTSHEET(2012-13)_3.pdf].

Yale: sostegno economico ai più poveri
Come altre università dell’Ivy League, infatti, Yale arriva a finanziare fino al 100% dei costi, se lo studente bisognoso dimostra la fondatezza delle sue richieste: è il caso di chi provenga da una famiglia con un reddito inferiore a 60mila dollari l’anno. Tutto ciò fa sì che ben il 56% degli iscritti – quelli che provengono da famiglie che guadagnano meno di 200mila dollari l’anno – riceva qualche forma di sostegno.  Sembrerebbe un atteggiamento generosissimo, ma è la statistica che guida certe scelte: in America solo il 4% della famiglie guadagna più di 200mila dollari l’anno; mentre per il 50% degli americani le tasse universitarie da versare a Yale equivalgono all’intero guadagno annuale.

Vista così, più che di una scelta “umanitaria” del senato accademico, quella di sostenere l’accesso dei più poveri è soltanto una scelta logica, premiata dal successo. Infatti, a partire dal potenziamento dei programmi di sostegno economico – nell’anno accademico 2007-2008, quello della crisi – le immatricolazioni a New Haven (la sede di Yale, nel Connecticut) sono cresciute in misura molto significativa.

YALE: immatricolazioni e percentuale degli studenti che ricevono un aiuto economico

YALE: immatricolazioni e percentuale degli studenti che ricevono un aiuto economico

Ma torniamo all’articolo dello YaleDailyNews, che “mette il dito nella piaga”: il prblema delle differenze di classe c’è, ma gli studenti – tra di loro – preferiscono non parlarne: è un tema troppo “scabroso”.

Thomas, un “povero” di Detroit
Vi si racconta, tra le altre, la storia di Thomas, studente povero di Detroit (“ho fatto tutte le superiori con i buoni pasto dell’assistenza sociale”, dice lui; quindi era povero davvero). Thomas racconta di aver notato per la prima volta le evidenti differenze tra il “suo” mondo e quello degli altri studenti guardandoli ballare durante le feste studentesche. Non si sapevano muovere a tempo di musica; non come i suoi amici di Detroit – meno ricchi, meno ben vestiti – ma sicuramente più sciolti nella danza. Gli studenti che aveva intorno a Yale non badavano troppo alla sua condizione economica, ma trovavano comunque che fosse un tipo un po’ troppo “rumoroso”, almeno a giudicare dal volume della sua voce. A casa non ci badava, a Yale invece sì. Comunque, entrato nel programma di aiuti economici “Leadership Enterprise for a Diverse America” (LEDA), Thomas ha studiato a Yale. E alla sua famiglia di origine, nella Detroit del default finanziario, ha confessato: “Io qui non ci ritorno”.

Il caso di Thomas è emblematico: entrare a Yale (e uscirne, poi, con successo) significa poter cambiare status sociale. Ma solo se si apprendono anche le “buone maniere”. Non tutto, infatti, è lineare, né semplice. Le differenze ambientali tra gli individui – il modo di esprimersi, lo stile di vita, i consumi – si riflettono nell’enorme distanza che separa, pur all’interno dell’ateneo, i poveri dai ricchi.

Per far fronte a tale oggettiva disomogeneità, Yale organizza corsi estivi di preparazione (per esempio il “Freshman Scholars at Yale program“): soprattutto di lingua inglese. L’obiettivo è quello di portare, a ridosso dell’avvio delle lezioni, tutti gli studenti (quasi) allo stesso livello, almeno per quanto riguarda la comprensione dei testi.

Le differenze di classe nei dettagli
Nonostante tutti gli sforzi, i ricchi sono davvero tanto diversi dai poveri; non solo a Yale.
Lo si vede da alcuni particolari. Un MacBookPro, in America, costa 1300 dollari. Ce ne sono tanti, nei campus; ma se consideriamo che quella cifra è esattamente la metà del contributo ricevuto dagli studenti più bisognosi, si capisce anche a chi appartengano quei gioiellini tecnologici, aperti in blblioteca.

Stesso discorso per gli spostamenti. Viaggiare costa. Solo chi può permetterselo approfitta dei periodi di riposo universitario per farlo. Chi non può, rimane a casa. E allora, poiché chi viaggia arricchisce il proprio patrimonio culturale e amplia la sensibilità, ecco che anche la possibilità di spostarsi torna a costituire un gap tra ricchi e poveri.

L’articolo – una vera e propria ricerca sociologica sul campo che analizza anche le risposte a un questionario anonimo distribuito tra gli studenti durante la scorsa estate – è davvero molto ricco e merita di essere letto per intero.

A noi basta segnalare che – persino nell’Ivy League, la crème de la crème dell’istruzione universitaria mondiale – si affrontano i problemi che stanno alla base delle nostre società. Persino a Yale. E da noi?

Ma che giornalismo vogliamo? C’è dietro un pensiero?

Dov’è il futuro del giornalismo? A fine ottobre il New York Times ha pubblicato uno scambio di lettere fra Bill Keller già direttore e ora editorialista del giornale http://en.wikipedia.org/wiki/Bill_Keller e Glenn Greenwald http://en.wikipedia.org/wiki/Glenn_Greenwald giornalista e avvocato, l’uomo che insieme a Edward Snowden ha fatto conoscere al mondo la portata dello spionaggio elettronico della NSA. Ora la rivista Internazionale, nel suo ultimo numero, ha riproposto il carteggio in italiano. Ed è un materiale che merita di essere assolutamente letto (qui lo trovate in inglese http://www.nytimes.com/2013/10/28/opinion/a-conversation-in-lieu-of-a-column.html?_r=0 ) . Già la premessa non può essere sottovalutata. Oggi, scrive Keller, le discussioni sul futuro dell’informazione si concentrano quasi esclusivamente sul modello di business, su come ricavare soldi dalle notizie. E’ Keller Greenwaldverissimo. Questa dimensione affaristica sembra (di fatto) aver oscurato tutto il resto, la questione fondamentale dei contenuti, dell’approccio alla notizia che deve avere chi offre informazione. Banalizzando all’estremo, possiamo dire che il dibattito fra Keller e Greenwald in Italia è stato presentato come un confronto fra un’idea di giornalismo indipendente e quella di un attivismo giornalistico che mette insieme politica e informazione. Nella polemica si è affacciato pure a modo suo Gianni Riotta, e Wired ha ripreso e commentato (efficacemente) http://daily.wired.it/news/media/2013/10/22/greenwald-riotta-nsa-datagate-giornalismo-6789.html la faccenda. Rileggendo il carteggio su Internazionale però ci si accorge che lo spessore della discussione va ben oltre le banalizzazioni. Intanto sia Keller che Greenwald convergono sul fatto che il giornalismo non sia marketing ma un prodotto pensato, che dietro ci debba essere un pensiero, una capacità di rielaborare i fatti, di interpretarli. Insomma nessuno dei due rimuove la questione intellettuale o si illude che basti “riportare i fatti che si vedono” per svolgere una funzione professionalmente dignitosa. I due si scambiano pure gentilezze e complimenti. Il punto per Keller è che un giornalista che anticipa le sue opinioni al lettore non gli consente di formarsi un autonomo punto di vista, lo condiziona eccessivamente. Greenwald invece sostiene che nascondere la propria opinione è una finzione, un trucco, un inganno. Non si può semplicamente riportare che Tizio dice questo e Caio risponde quest’altro (come fanno i cronisti che microfono in mano inseguono le dichiarazioni dei nostri politici) e ridurre tutto a teatrino perché anche il teatrino (dove non esiste più verità) è una forma di faziosità, non ti fa capire come stanno le cose. Perché non chiamare la tortura, tortura, come invece hanno evitato di fare per “patriottismo” i media Usa? si chiede Greenwald che oggi insieme al patron di Ebay sta per dare vita a una nuova avventura giornalistica supportata da ben 250 milioni di dollari http://www.theguardian.com/technology/media-blog/2013/nov/04/digital-journalism-pierre-omidyar-ebay-glenn-greenwald .
Ma le banalizzazioni all’italiana hanno impedito che emergesse un altro punto. Il punto di contatto fra Keller e Greenwald sta nel fatto che entrambi pensano che il lavoro giornalistico non ha valore se non è basato su prove e su dati verificabili. E’ questo il vero punto per Greenwald, non l’approccio finto obiettivo. GreenwaldLa sua parola chiave per chi fa informazione è onestà, non obiettività. E infatti Keller coglie questo punto quando replica dicendo che il vero rischio è che un giornalista che dichiara pubblicamente il proprio punto di vista poi possa essere indotto a “manipolare” i fatti spinto dall’orgoglio e dalla voglia di sostenere le proprie ragioni.
In estrema sintesi una discussione di alto livello, dove si incrociano tutte le questioni della contemporaneità: business, tecnologie, abusi commessi dal potere,diritti dei cittadini, ruolo di chi sta in mezzo fra società e vertici, che svolge un ruolo di “lettore” dei fatti. Discussione che ha il merito di chiarire ai giornalisti che devono sempre “pensare a quello che fanno” e di indicare pure delle rotte da seguire. Noi in Italia (dove non ci sono soggetti generosi pronti a mettere 250 milioni in nuove imprese solo editoriali) corriamo il rischio dell’omologazione ( i talk show non sono forse tutti uguali?), della marmellata indistinguibile, spesso senza neppure esserne coscienti . Senza identità tutte le voci si perdono nell’indistinto. E poi ci si lamenta che il pubblico cerchi altrove le proprie fonti di informazione.

Svizzera. Referendum sulle paghe dei Top Manager. E Marchionne?

Gli Svizzeri in Italia non godono di ottima fama. Almeno per quanto riguarda i soldi. Eppure proprio lì nei mesi scorsi è stato approvato un referendum che impedisce ai top manager delle aziende di fissarsi da soli lo stipendio ( da noi accade regolarmente). Ora se ne prospetta un altro. Domenica prossima si voterà per “l’Iniziativa 1:12”. Sembra una formula esoterica http://info.rsi.ch/home/channels/informazione/info_on_line/2013/10/25–Iniziativa-112—Per-salari-equ ma sintetizza un concetto semplice semplice: se passasse nessuno potrebbe guadagnare (in un’impresa) in un solo mese più di quanto il meno pagato dei dipendenti guadagna in un anno. Conviene usare il condizionale perché questo referendum, voluto dai giovani socialisti, ha quasi tutti contro, Referendumambienti economici e politici insieme. In ogni caso è un segnale importante. Oggi nelle grandi aziende i manager si danno paghe che sono 200/300 volte più consistenti di quella di un dipendente. Non era così il capitalismo di 30 anni fa. L’accentuazione della disuguaglianza è maturata tutta nell’ultimo ventennio, quello in cui l’1% dei super ricchi si è preso per sè tutta la torta, “facendo fuori” la classe media insieme ai lavoratori manuali. Basti pensare a quanto guadagna Marchionne (che, ironia della sorte, ha la residenza fiscale nel cantone svizzero di Zug).
Il Corriere nel 2011 ha stimato il suo “stipendio” come 1037 volte più consistente di quello di un dipendente medio (“Marchionne e lo stipendio del dipendente Fiat”). Si capisce perché questa gente si opponga con forza a un esito positivo del referendum svizzero. Sarebbe un precedente “pericolosissimo” per tutti.

Navigando in Rete si scoprono comunque alcune cose assai interessanti. C’è uno studio indipendente – pubblicato da TicinoLive – che dice che gli interessati all’eventuale taglio di stipendio sono solo 4400 ( i super ricchi, appunto. Non certo la classe media).  Il limite stipendiale verrebbe fissato in 664mila franchi (pari a 539mila euro), non proprio una paga da fame.

Eppure istituzioni e categorie sono tutti contro: la Svizzera potrebbe finire “fuori mercato”. Le uniche voci che si levano a favore vengono non a caso dal mondo delle piccole imprese dove questi squilibri non ci sono, contrariamente a quanto accade nei colossi finanziari e farmaceutici. Anche se i promotori saranno sconfitti, molto poi dipenderà dalla percentuale di consensi che otterranno. La questione potrebbe essere riproposta in forme magari diverse. In ogni caso il sasso nello stagno è lanciato. Le macro disuguaglianze affossano la convivenza civile. Lo si dice in Svizzera. Forse (un giorno) lo si dirà pure in Italia.

Piove forte, ma studiare i dati potrebbe evitare le tragedie

unione_sarda_datiSulla Sardegna precipitazioni eccezionali, si legge.
Un titolo, tra tanti, è dell’ Unione Sarda, che scrive: “In 24 ore è sceso un quantitativo di pioggia pari alle precipitazioni di sei mesi, con punte di 450 millimetri nella zona di Orgosolo (Nuoro) in 12 ore”: terribile, se pensiamo che in questa scala un millimetro corrisponde a un litro per ogni metro quadrato.

Un fenomeno non del tutto inatteso, però, se si prendono per buone le considerazioni pubblicate nei consuntivi meteorologici della Regione Sardegna. Si possono leggere, mese per mese, risalendo fino all’anno 2000.

Chiunque può farlo, qui: http://www.sar.sardegna.it/pubblicazioni/riepiloghimensili/mensili.asp, anche gli amministratori locali, ovviamente.  E la Protezione Civile. E persino il governo Letta, che stanzia una miseria nella sua legge di stabilità per la tutela del territorio: “Disastro Sardegna quando gli eventi eccezionali si ripetono”.

Insomma: si capisce che dal 2000 a oggi la piovosità è aumentata soprattutto in intensità: precipitazioni più o meno abbondanti ma distribuite in un numero minore di giorni di pioggia. Stessa acqua in meno tempo uguale maggiore intensità. Insomma: piove sempre più forte. Dal 2000 a oggi, in Sardegna, è così.

Leggiamoli allora, questi documenti, pubblicati dal Dipartimento Specialistico Regionale Idrometeoclimatico. Li riportiamo testualmente, benché un po’ sintetizzati:

Dal sito dell'ARPA Sardegna
Dal sito dell’ARPA Sardegna

Novembre 2012
Sulla costa orientale e sulle province meridionali delle Sardegna, i cumulati di precipitazione di novembre sono stati tra i 50mm e i 70mm. Sul resto dell’Isola le piogge hanno superato gli 80mm, arrivando sino a 130mm in Alta Gallura e a 160mm su Montiferru e Marghine.
La giornata più piovosa il 28: più di 50mm su circa un quinto della Sardegna, arrivando a 68.8mm a Giave, 68.4mm a Scano Montiferru e 63.6mm a Ghilarza. Abbondanti sono state anche le piogge del 19 su Gallura e la Baronia: 58.8mm a Luras, 47.0mm a Siniscola e 45.4mm ad Arzachena. Le piogge del 19 novembre hanno anche raggiunto i massimi mensili di intensità: 26.4mm a Siniscola tra le 17:40 e le 18:10 di cui 10.4mm alle ore 18:00.

Novembre 2011
La piogge di novembre risultano molto abbondanti, ma poco frequenti.
Cumulati di precipitazione tra i 90mm/mese e i 130mm/mese sulla provincia di Sassari e in tutta la parte centrale dell’Isola; i valori crescono sino a 170-200mm/mese in Gallura e nella parte sudoccidentale della Sardegna; essi, infine, superano i 200mm/mese, con punte di oltre 400mm/mese, su Baronia, Ogliastra, Barbagia di Belvì, Barbagia di Seùlo e Gerrei. Nella parte centrale e nord-occidentale della Sardegna tratta di valori in linea colla climatologia o superiori ad essa sino a 60%.
Due eventi di forte intensità hanno investito la Sardegna: il 5-6 e il 21-23 novembre. Nel primo episodio i cumulati hanno raggiunto i 102.6mm/d a Orgosolo Montes e 75mm/d a Nuoro. Nel secondo episodio le piogge hanno raggiunto i 164.2mm/d a Dorgali e i 152.2mm/d a Villanova Strisaili.

Novembre 2010
Le precipitazioni di novembre sono state molto abbondanti su tutta la Sardegna, con la sola eccezione della costa orientale. Cumulati mensili da 60-70mm/mese di quest’ultima parte dell’Isola, ai 100-150mm/mese di buona parte della Sardegna centrale, ai 200mm/mese della Sardegna Occidentale, ai quasi 300mm/mese delle zone di montagna. Si tratta di valori decisamente superiori alla media mensile, sino a più del doppio sulla parte centrale dell’Isola e con punte di oltre il 250% della media in Gallura e nella zona di Alghero. Si tratta di numeri particolarmente significativi, considerato che novembre già di per sé è uno dei due mesi climatologicamente più piovosi dell’anno.

Novembre 2009
Le piogge di novembre hanno interessato in maniera prevalente la metà occidentale della Sardegna, con cumulati di 90-100mm/mese distribuiti su 9-10 giorni e punte di oltre 150mm/mese sul Logudoro. Nella metà orientale della Sardegna, invece, le piogge mostrano andamento decrescente dai 70-80mm/mese (su 8-9 giorni) della parte centrale ai 20mm/mese (su 3-4 giorni) della costa orientale. Le precipitazioni si sono distribuite in due periodi: dal 2 al 12 e dal 27 al 31 novembre. I cumulati più elevati sono quelli dell’8 quando è piovuto su tutta l’Isola, con punte di 44.8mm a Macomer e 29.6mm a Scano Montiferru. Valori simili sono stati misurati il giorno 30: 35.6mm a Putifigari e 33.0mm a Giave. In tale giornata sono stati misurati anche i massimi di intensità di precipitazione: 8.2mm/10min a Scano Montiferru.

Novembre 2008
Il mese di novembre è stato uno dei più piovosi da quando è stata installata la rete delle stazioni dell’ex-SAR. I cumulati di precipitazione hanno superato i 200mm/mese (circa il doppio della media climatologica) su tutta la parte orientale della Sardegna, e con valori superiori ai 400mm/mese sulla Baronia (oltre il triplo della media). Sulla restante porzione di Sardegna Orientale e su alcune parti del Nord-Ovest dell’Isola i cumulati hanno superato i 150mm/mese, mentre sul resto del territorio regionale i cumulati si sono assestati sui 120mm/mese; in tutti i casi si tratta di valori superiori alla media di circa il 50%. Numerose giornate del mese hanno avuto precipitazioni molto abbondanti. Il 27 e 28: 276.0mm/2g a Orosei (di cui 233.6mm/g nel solo 28), 187.6mm/2g a Siniscola (di cui 162.0mm/g il 28) e 141.6mm/2g a Jerzu (di cui 90.0mm/g il 28).

Novembre 2007
Le precipitazioni di novembre si sono concentrate sulla parte orientale dell’Isola che ha ricevuto tra i 100mm/mese ed i 200mm/mese, distribuiti su 8-10 giorni; tali valori risultano superiori alla media climatologica, anche in misura consistente. Molti eventi hanno fatto registrare cumulati giornalieri elevati; l’evento più interessante è quello che si è verificato il 28 e 29. Il 28, in particolare, si sono avuti 90.6mm/g a Villanova Strisaili, 75.2mm/g a Jerzu, 70.4mm/g a Nuoro e cumulati superiori a 50mm/g su un quinto dell’Isola; il 29, invece, i cumulati hanno raggiunto i 64.4mm/g a Dorgali e 44.8mm/g ad Oliena.

Novembre 2006 (un novembre “siccitoso”)
Novembre è stato caratterizzato da precipitazioni modeste: la parte nordorientale dell’Isola, il Campidano e la Provincia di Cagliari in generale hanno ricevuto meno di 20mm/mese, distribuiti su 2-3giorni/mese; il resto dell’Isola ha avuto cumulati superiori a 20mm/mese (su almeno 3 giorni/mese), con punte di più di 40mm/mese sul Montiferru e sulla Barbagia di Belvì. È chiaro, però, che si tratta di valori intorno al 20% della media climatologica, quindi eccezionalmente bassi per il mese di novembre. Questo è particolarmente importante perché, a differenza di altri mesi invernali (come ottobre o febbraio), questo mese è sempre caratterizzato da abbondanti precipitazioni.
Tra i rari eventi di pioggia, l’unico che ha interessato l’intera Sardegna è stato quello del 22. In quel giorno si sono avuti anche i massimi cumulati del mese e le piogge più intese: 43.4mm/mese ad Aritzo e 32.2mm/mese sul Supramonte di Orgosolo; 9.0mm/10min a Gonnosfanadiga alle 4:00.

Novembre 2005
Sulla Sardegna centro-meridionale e sulla Gallura le precipitazioni sono state superiori alla media stagionale, anche in misura consistente. Sul resto dell’Isola, in particolare le province di Sassari e Oristano, le piogge sono state in linea (o di poco inferiori alla media).
I cumulati più alti si sono registrati in Ogliastra (oltre 170mm) e nella fascia che va dall’Iglesiente al Gerrei (oltre 150mm); il confronto col clima mostra che alcuni di questi valori corrispondono a più del doppio della media. Per quel che riguarda la frequenza, i massimi si sono avuti sull’estremo Sud che ha avuto 12 giorni di pioggia.
Le due piogge più intense sono state misurate il 17 ed il 19. Il 17 si sono avuti 12.0mm/10min a Guasila; il 19, invece, la località interessata è stata Stintino, con 11.6mm/10min e 25.8mm/1ora registrati tra le 14:30 e le 15:30.

Novembre 2004
Sulla Sardegna centro-meridionale e sulla Gallura le precipitazioni sono state superiori alla media stagionale, anche in misura consistente. I cumulati più alti si sono registrati in Ogliastra (oltre 170mm) e nella fascia che va dall’Iglesiente al Gerrei (oltre 150mm); il confronto col clima mostra che alcuni di questi valori corrispondono a più del doppio della media. Per quel che riguarda la frequenza, i massimi si sono avuti sull’estremo Sud che ha avuto 12 giorni di pioggia.
Le piogge si sono distribuite su gran parte del mese e in numerose occasioni i fenomeni hanno investito tutta l’Isola. I massimi sono stati registrati il 9 ed il 13 novembre: il 9 si sono avuti 71.6mm ad Iglesias e 50.8mm a Scano di Montiferru; il 13 i pluviometri hanno misurato 68.2mm a Villanova Strisaili e 56.8mm a Jerzu. Le due piogge più intense sono state misurate il 17 ed il 19. Il 17 si sono avuti 12.0mm/10min a Guasila; il 19, invece, la località interessata è stata Stintino, con 11.6mm/10min e 25.8mm/1ora registrati tra le 14:30 e le 15:30.

Novembre 2003
Se si eccettuano la Gallura e l’Iglesiente, su tutta la Sardegna le precipitazioni hanno raggiunto l’80% della media climatologica, sia in termini di cumulato che di frequenza. In due parti dell’Isola, poi, i cumulati sono stati decisamente superiori, andando oltre i 120mm: la zona del Logudoro-Meilogu-Marghine e la zona delle Barbagie-Mandrolisai-Ogliastra. Sull’Ogliastra, in particolare, i cumulati hanno superato la media di oltre il 50%.
Il mese si è aperto con precipitazioni abbondanti; è stata tuttavia la terza decade ad avere gli eventi più interessanti. Le massime precipitazioni si sono registrate il 20: 91.8mm a Villanova Strisaili, 63.2mm a Jerzu, 56.0mm a Villasalto e 55.6mm a Muravera, con piogge estese a tutta l’Isola. Interessante anche l’evento del 27 che ha fatto registrare 52.6mm a Gavoi e 45.0mm a Sadali. Numerose eventi intensi sono stati registrati nella seconda e nella terza decade, senza però che si sia mai superata la soglia dei 10mm/10min. Fra di essi si segnalano: 8.6mm/10min a Bitti alle 17:50 del 20 ed a Bonnanaro alle 13:20 del 27.

Novembre 2002 (un altro novembre “siccitoso”)
Come spesso accade, il settore occidentale dell’isola ha ricevuto le piogge più cospicue: i cumulati mensili hanno superato i 100 mm su Marghine, Planargia, Logudoro ed Iglesiente, mentre sull’altro versante non si sono raggiunti gli 80 mm. Su quasi tutta l’Isola, tuttavia, il confronto con la media climatica indica un apporto d’acqua deficitario, attestatosi mediamente attorno all’80% della norma, con l’eccezione di poche stazioni isolate. Le cartine mostrano però che è piovuto a lungo, con un numero di giorni piovosi (ossia con cumulato maggiore di 1 mm) ben in linea con la media climatologica, ed anzi superiore a questa in buona parte dell’isola: ciò, insieme ai modesti cumulati, indica che le precipitazioni di questo mese sono state, con alcune eccezioni, di debole intensità.

Novembre 2001
È piovuto abbastanza spesso: più del 40% rispetto alla norma.
Due i periodi particolarmente piovosi: il primo, dall’8 al 15, ha fatto registrare il massimo mensile, pari a ben 77.4 mm, raccolti ad Aglientu il 15; due giorni prima venivano segnalati 46.6 mm a Luras, 44.2 mm a Berchidda e 37.0 mm a Valledoria; il giorno 10 si è avuta invece la precipitazione più diffusa, che ha interessato oltre il 90% del territorio, con cumulati che hanno raggiunto i 39.0 mm a San Teodoro. Inoltre, per ben quattro giorni di seguito, dal 12 al 15, la pioggia ha interessato oltre tre quarti della regione. La seconda ondata di maltempo è andata dal 17 al 20, ed ha fatto registrare il giorno 18 cumulati di 37.0 mm a Sassari e 48.0 mm a Olmedo.
La precipitazione più intensa, infine, appartiene ancora al primo evento: ben 14.0 mm sono caduti tra le 00:50 e le 01:00 del giorno 11 nel pluviometro di Arzachena; lo stesso strumento ha raccolto in 40 minuti un totale di 32.8 mm di pioggia.

Novembre 2000
Una piovosità abbondante, ma mal distribuita, ha caratterizzato il mese di novembre. Le precipitazioni più cospicue, oltre che le più intense, hanno colpito il Montiferro, dove la stazione di Scano ha raccolto un cumulato mensile di ben 280 mm, contro i 120 mm della media climatica. Tutta la costa orientale ha registrato invece un evidente deficit, con cumulati attorno ai 40 mm, pari a circa il 40% del valor medio climatico; si noti tuttavia che qui il numero di giorni piovosi è in effetti in linea con la climatologia, mentre sul settore occidentale della regione è piovuto per oltre la metà del mese, ossia circa il 70%-80% in più della media.

Disastro Sardegna, quando gli eventi eccezionali si ripetono

Se in due ore cade la quantità di pioggia che di solito si registra in sei mesi l’evento è “letteralmente” eccezionale. Detto questo, le “eccezioni” in questi ultimi anni si ripetono con frequenza inquietante. Oggi tocca alla Sardegna ma il dato di fondo è che sono oltre 5 milioni gli italiani che vivono o lavorano in zone ad alto rischio idrogeologico. Sono 6.633 i Comuni dove si possono verificare frane o alluvioni. Quelli di Legambiente da anni ripetono queste cose, segnalano questa situazione. Oggi hanno rilanciato l’allarme: “Da Varsavia a Roma, urgente nuovo e concreto impegno per fermare le vittime del clima” . Un dato, fra quelli citati, merita particolare interesse:

Negli ultimi dieci anni infatti abbiamo speso per la prevenzione solo 2 miliardi di euro. Cifra identica a quella spesa solo per far fronte alle emergenze principali causate dal dissesto idrogeologico negli ultimi tre anni

In altre parole spendiamo a disastro avvenuto ma facciamo pochissimo per prevenire.  E questo è avvenuto con tutti i governi. Si sta ripetendo pure ora. Basta rileggere oggi, alla luce di questo disastro, quanto ha scritto poche settimane fa Gianantonio Stella sul Corriere: “La Beffa dei 30 Milioni per Frane e Alluvioni”  Youreporter
Solo 30 milioni stanziati per il territorio nella Legge di Stabilità. La verità è che non ci sono lobby che difendono il territorio. Anzi ce ne sono di agguerrite che mirano a devastarlo.

In più viviamo tempi in cui la spesa pubblica (sugli stessi giornali che piangono i disastri) è sempre e comunque presentata come il “male assoluto”. E così accade che i tagli alla fine colpiscano le cose essenziali, quei “beni comuni” che non godono di protezioni. E questo a prescindere dalle stesse intenzioni dei tagliatori. Bisognerebbe ribaltare la logica del discorso. Ma di motivi di speranza non ce ne sono molti. Alla luce dell’esperienza e del tipo di “pensiero” che domina la nostra vita pubblica.